Quando Sky capì cosa stava succedendo, era già trascinato nel cortile esterno.
Una trave orizzontale dominava lo spazio come un patibolo. Da essa pendevano due lunghe corde. Alle estremità oscillavano bastoni di legno, ognuno con un catino colmo d’acqua sospeso in un equilibrio innaturale. Neppure una goccia tremava. Sembravano lame, pronte a giustiziare il primo errore.
Sharlok parlò con la stessa calma di chi annuncia la temperatura prevista a mezzogiorno.
«La regola è semplice. Resterete a testa in giù per tutto il giorno, mantenendo l’equilibrio dei catini. Se una sola goccia toccherà il suolo… la punizione si ripeterà domani.»
Sky sbiancò.
«Aspetta. Tutto il giorno?!»
Sharlok gli rivolse appena lo sguardo, come se quella voce fosse solo rumore di fondo.
«Hai sentito bene.»
Un cenno del capo.
Le corde si tesero.
I corpi ruotarono nel vuoto.
Il Capitano si allontanò senza voltarsi, con la naturalezza di chi considera tutto questo una semplice abitudine. Qualcosa che non meritava nemmeno un secondo del suo tempo.
Il sole di mezzogiorno bruciava la pelle.
Sky grondava sudore. I muscoli delle braccia erano in fiamme. Le mani tremavano mentre cercava disperatamente di mantenere l’equilibrio.
«Maledizione… maledizione!» esplose, la voce incrinata dallo sforzo.
«Cosa ti lamenti, buffone?!» ringhiò Shark, il volto paonazzo quanto i suoi capelli.
Sky girò appena la testa. Oscillò pericolosamente.
«Buffone?! È da ore che siamo appesi qui con questi macigni in mano!»
Shark lo fissò, lo sguardo carico d’orgoglio ferito.
«Uno che va in giro con quegli occhiali da sole persino di notte… come lo definiresti?»
Sky serrò la mascella.
«Senti, pel di carota… è solo colpa tua se siamo finiti qui!»
«Ma vaff—!» ringhiò Shark. «Chi ti ha chiesto di buttarti nella rissa, prima?!»
Sky sorrise. Spavaldo. Imperdonabile.
«Non mi sembravi proprio in vantaggio numerico.»
«Potevo stendere quel cuoco e i suoi scagnozzi da solo!»
La verità era semplice: insieme avevano mandato all’infermeria cinque soldati semplici e due cuochi.
E, anche se non lo avrebbero mai ammesso, si erano guadagnati il rispetto silenzioso di più di una recluta che li aveva visti combattere.
Il giorno lasciò lentamente spazio alla notte.
La luna era alta quando Sky e Shark restavano ancora appesi nel vuoto, esausti, immobili, come pipistrelli morenti. A un certo punto il corpo cedette prima della volontà. Si addormentarono così, penzolando nel silenzio.
All’alba, al primo canto del gallo, Sky aprì gli occhi.
Davanti a lui c’era il Capitano Sharlok. Braccia conserte. Lo sguardo di un uomo che non prova nulla.
Sky deglutì.
«…Ehm. Buongiorno?»
Sharlok inclinò appena il capo.
«Avete fatto cadere tutta l’acqua.»
Sky abbassò lo sguardo. Il terreno sotto di loro era fradicio. Non ricordava nemmeno di aver mollato la presa. Accanto a lui, Shark dormiva ancora. E russava. Serenissimo.
«Aspetti, Capitano! Posso spieg—»
Sharlok alzò una mano. Le dita scrocchiarono. Un suono secco, simile a un tuono.
Le corde si spezzarono.
Sky precipitò, atterrando faccia a terra. Shark cadde di nuca. Si svegliò con un urlo disumano.
Ancora stordito, Sky sollevò la testa e vide Sharlok che si allontanava senza degnarli di uno sguardo.
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