La notte in cui April nacque, il cielo cominciò a battere. Non come un tuono. Non come una tempesta. Come un cuore. Nel cielo di Oztar, una linea blu squarciò le nuvole. La pioggia cadeva in gocce irregolari, come se il mondo avesse dimenticato il proprio ritmo. Korvath, il drago blu, vide quella linea brillare nel cielo.
«Questo battito…» disse con voce profonda. «Non è un segnale di guerra né di rovina. È un ritorno antico»
Quel battito blu gli aveva scavato dentro. Risvegliò un ricordo che credeva sepolto sotto secoli di silenzio. Era lo stesso richiamo che nessun drago udiva da generazioni. L’ultima volta che lo aveva sentito, il cielo era crollato su se stesso e i draghi avevano imparato cosa significasse perdere. Videro acqua sollevarsi come mura, città inghiottite in un solo respiro. La leggenda di Oztar parlava di battiti primordiali, di un ritmo che precedeva la rinascita del mondo. I saggi narravano che chi udiva quella vibrazione era destinato a camminare tra acqua e cielo, capace di piegare correnti e vento. Nessuno ricordava più l’ultima volta che la Corrente Blu aveva scelto un umano. Korvath sentì che la scelta era giunta. Sotto di lui, tra i tetti della città, una luce tremolò per un istante. Non era magia lanciata. Non era un incantesimo. Era un respiro. Korvath inclinò il capo.
«Così piccola…» mormorò.
Nei canali, l’ acqua rispose con un fremito lieve, quasi impercettibile. Non era ancora una voce, ma era già un nome che stava nascendo. Un dono che si e’ risvegliato dopo molti secoli.
«Finalmente ritornerà l’equilibrio» affermò il drago.
Eppure il fallimento parlava ancora a lui. Sussurrando nei battiti del cielo e nell’acqua che non aveva mai smesso di ricordare. Molto lontano da Oztar, qualcuno stava temendo quel momento da anni. Il segnale che aveva atteso con terrore per tutta la vita aveva finalmente trovato la strada per tornare. Sotto terra, le pareti di pietra antica tremavano lievemente. Dalle crepe filtrava una luce pulsante, fredda come acqua ghiacciata. Nel cuore di quel silenzio carico di tensione, una figura incappucciata si stagliava immobile. Il mantello nero cadeva pesante sulle sue spalle mentre le mani, lente e deliberate, si sollevavano. Il Superiore fluttuava tra vuoti di luce e silenzi che non appartenevano a nessun luogo. Non aveva mai provato ciò che stava sentendo. Una vibrazione sottile, quasi impercettibile, attraversò il suo essere. Qualcosa di piccolo. Fragile. Terribilmente potente.
«Cos’è stato?!» esclamò.
E allora lo vide. Non la neonata, non ancora, ma ciò che quella vita sarebbe diventata: April. Il suo futuro si disegnò davanti ai suoi occhi marroni, come un mosaico spezzato. La sua esistenza avrebbe corrotto, messo in discussione, distrutto con determinazione ciò che lei aveva costruito. Ciò che riteneva eterno.
«Se crescerà imparando a controllare l’acqua…» la parola uscì come un sibilo dal suo spirito «…io perderò ciò che ho sigillato»
Un pensiero le attraversò per la mente, rapido e crudele. Con un gesto misurato, le dita tracciarono simboli nell’aria, e davanti a lei si iniziò formare un globo di fumo nero, poi prese forma, tremando come se lottasse per restare compatto. La figura incappucciata abbassò lentamente le mani, e per un attimo il globo di fumo tremò, instabile. Poi si aprì e un’ombra si mosse sulla pietra, silenziosa e inquietante. Non aveva occhi, eppure il suo sguardo sembrava riempire la stanza, affamato e minaccioso.
«Ascoltami bene…» disse la donna, rivolgendo la parola all’ombra. «…c’è una bambina… April-» si interruppe di colpo. Per un istante, tutto tremò insieme alla donna: la pietra, l’aria e persino la sua stessa volontà sembravano sospesi in un equilibrio precario tra vita e distruzione. Quel nome era una ferita mai chiusa. Pronunciarlo, anche solo nel pensiero, faceva più male di qualsiasi altro incantesimo.
«Se troverà Korvath, tutto finirà. Tutto quello che ho cercato di fermare» disse infine.
L’ombra si contrasse, minacciosa e lasciò la stanza dirigendosi a Oztar. Le mani della donna tremavano, mentre ogni parola sembrava pesare tonnellate. Il silenzio che seguì fu più pesante di qualsiasi urlo.
«Non doveva andare così…» sussurrò, la voce spezzata.
L’energia reagì al cedimento, pulsando come ferite aperte. La magia oscura non ammetteva esitazioni. O obbedivi, o ti divorava.
«Non avresti dovuto nascere… tu… e la tua stirpe» disse con voce minacciosa.
Le parole non erano rivolte solo a April, ma a tutta la linea di sangue che portava con sé, a una responsabilità e un destino che sembrava gravare sulle sue spalle. Il tempo passò come passa sempre dopo le catastrofi mancate: in silenzio. Oztar guarì senza accorgersene. Le acque tornarono calme, i canali ripresero il loro corso, e la città dimenticò quella notte in cui il cielo aveva battuto come un cuore. Ma il battito non cessò mai davvero. Con esso crebbe anche April. Da bambina correva lungo le sponde del fiume, ridendo mentre l’acqua le sfiorava le caviglie. A volte le onde sembravano seguirla, rallentando quando si fermava, increspandosi quando la sua risata diventava più forte. Nessuno lo notava. Nessuno, tranne il fiume. Korvath la osservava da lontano, nascosto tra le nubi. Non si avvicinava mai. Non era protezione. Non era sorveglianza. Era attesa. Ogni volta che la bambina cadeva e si rialzava, il richiamo si faceva più chiaro. Più stabile. Come se l’acqua stessa stesse imparando il suo nome. Altrove, il Superiore non smise mai di vegliare. Attraverso la Forma Oscura, seguiva ogni passo, ogni crescita, ogni increspatura che non avrebbe dovuto esistere. Il timore restava lo stesso: che un giorno April trovasse il drago. Gli anni scivolarono via come fa un fiume quando nessuno lo osserva. E quando April compì diciotto anni, il battito tornò. Questa volta, non stava chiamando. Stava reclamando.

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