April non riusciva a fare magia. In una città dove anche i bambini accendevano la luce con un gesto. Si fermò tra la folla, osservando un gruppo di giovani maghi. Una ragazza sollevò una sfera luminosa senza sforzo. Applausi. April inspirò piano. Provò a imitarla. Chiuse gli occhi. Si concentrò. La luce apparve. Per un istante. Poi esplose in una pioggia d’acqua fredda che le bagnò il volto. Qualcuno rise. Non per cattiveria. Ma bastava. April abbassò lo sguardo, il viso caldo per l’imbarazzo. Dentro di lei, qualcosa si mosse. Come un colpo contro una porta chiusa. Si voltò senza dire nulla. La piazza continuava a vivere senza di lei. Un uomo accese una lanterna con un gesto distratto. Una bambina fece danzare foglie tra le dita. April camminava tra loro come dietro un vetro invisibile. Si fermò alla fontana. L’acqua era calma. Perfetta. Si chinò e si sciacquò il viso. Freddo. Pulito. Normale. Poi le sue dita sfiorarono la superficie. L’acqua tremò. Non si mosse. Tremò soltanto. Come se avesse riconosciuto il contatto. April ritrasse la mano di scatto. Restò immobile. Si sedette sulla panchina accanto. Il cuore non seguiva un ritmo preciso. Un battito troppo forte. Uno troppo lento. Inspirò.
“Calmati…” mormorò.
Abbassò lo sguardo verso una pozzanghera. E lo vide. Non era il suo riflesso. Capelli viola, mossi come immersi nell’acqua. Occhi verdi. Fermi. Consapevoli. Come se sapessero esattamente chi stessero guardando. April sollevò lo sguardo di scatto. Il riflesso era normale. Silenzio. L’acqua nella fontana tremò di nuovo. Questa volta, più forte. April rimase immobile. Perché per un istante ebbe la sensazione che non fosse lei a guardare l’acqua. Ma l’acqua a guardare lei.

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