Le strade di Hellington brulicavano di vita, ma non di quella gioiosa di una città serena. La folla scorreva come un fiume in piena: gente che camminava in fretta con lo sguardo basso, le spalle curve, come se il solo respirare costasse fatica.
Grida, clacson, il ruggito dei macchinari e l’odore di olio bruciato saturavano l’aria.
Era vita.
Ma senza un solo sorriso.
Sky avanzava accanto a Shark con il collo allungato e gli occhi che saltavano ovunque, pieni di meraviglia. Si fermò di colpo, puntando il dito verso una lunga colonna di oggetti metallici che si muovevano a scatti lungo la strada.
«Ma qui la gente vive davvero così? Nessuno ride… sembrano tutti in fuga! Ehi! Ma quelle cose con le ruote? È la prima volta che le vedo!»
Shark lo fissò con aria stanca, come si guarda un bambino che ha appena scoperto il mondo.
«Sono macchine, imbecille. Servono a muoversi. E certo che non ne hai mai vista una… guarda da dove arrivi.»
Sky fece una smorfia, grattandosi la nuca, più confuso che offeso.
Il Paese dei Mulini a Vento, dove era cresciuto, era completamente diverso.
Una vasta terra di campagna, con campi coltivati che ondeggiavano al vento e piccole fattorie in legno e pietra.
Nel villaggio si conoscevano tutti: contadini, pescatori, fabbri, pastori… ognuno svolgeva un mestiere semplice ma essenziale.
Si viveva con poco, ma nessuno soffriva la fame e ognuno imparava a cavarsela da solo quando arrivavano i momenti difficili.
Sky ricordava bene la vista delle montagne innevate in lontananza e il profumo dell’erba umida al mattino.
Là, il silenzio era interrotto solo dal canto degli uccelli o dal rumore delle pale dei mulini che giravano lentamente.
Era la sua casa.
Un luogo che conosceva bene… ma da cui aveva sempre sognato di andarsene.
Il frastuono di Hellington lo riportò al presente.
Shark camminava con le spalle rigide, lo sguardo che scivolava tra la folla come se cercasse problemi prima ancora che arrivassero.
Sky, invece, continuava a bombardarlo di domande, gli occhi pieni di curiosità.
«Ma… perché c’è tutta questa puzza nell’aria?»
«Smog,» rispose Shark senza distogliere lo sguardo dalla folla.
«Fabbriche. Bruciano roba tutto il giorno. Vedi quei tubi? È da lì che arriva questa puzza.»
Sky tossì, arricciando il naso.
«Bleah… e per cosa si ammazzano tanto? Che cosa producono?»
Shark rispose con voce tagliente, come se la domanda stessa gli desse fastidio.
«Navi da guerra. Qui costruiscono roba per l’Impero… barche d’assalto o come vuoi chiamarle. Veloci, armate, fatte per invadere. Tutto qui gira intorno alla guerra. Fine della storia.»
Sky rimase in silenzio. Deglutì, osservando di nuovo la gente che li circondava
ma questa volta con occhi diversi.
Capì che nessuno di loro stava davvero vivendo: erano ingranaggi.
Ingranaggi di una macchina gigantesca e crudele.
«È… terribile,» mormorò. «Nessuno sembra felice qui.»
Shark arricciò il naso.
«Felici? Qui sopravvivi. O domini… o vieni usato.»
Sky abbassò lo sguardo.
Un’inquietudine sottile cominciò a crescergli dentro.
Non aveva ancora un nome preciso… o forse sì.
Schiavitù.
Continuarono a camminare tra la folla senza dire una parola.
E mentre attraversavano quelle strade opprimenti, non si accorsero di essere già osservati.
Dall’altra parte della via, tra le ombre proiettate dai palazzi industriali, una figura immobile seguiva ogni loro movimento. Non si muoveva. Non parlava. Sembrava parte stessa della città, come un’ombra incastrata tra ferro e fumo.
Un istante di silenzio nel caos.
Poi la folla si richiuse su se stessa, inghiottendo ogni traccia.
Mentre camminavano tra la folla di Hellington, immersi nel frastuono dei mercanti e nel ruggito costante delle macchine, Shark sentì qualcosa che gli fece gelare il sangue. Una sensazione sottile. Fastidiosa. Come un graffio invisibile alla nuca.
Non era paura. Era istinto.
Qualcuno li stava seguendo.
Spostò appena lo sguardo
senza voltarsi davvero
e lo vide.
Un uomo vestito di scuro, volto semicoperto da una sciarpa. Camminava nella loro stessa direzione, sempre a distanza costante. Mai troppo vicino.
Mai troppo lontano.
Troppo preciso per essere un passante qualunque.
Shark corrugò appena la fronte.
La voce gli uscì bassa, tesa.
«Qualcuno ci segue.»
Sky spalancò gli occhi, pronto a girarsi
Ma Shark lo fermò di scatto.
«Non guardare. Continua a camminare. Fai finta di niente.»
«Eh? E come faccio a capire chi è se non lo guardo?!»
«Fidati. Non deve sapere che ce ne siamo accorti.»
Aumentarono il passo, cercando di mescolarsi tra la folla. Ma l’uomo gli seguiva ancora. Agile. Silenzioso. Inesorabile.
Hellington non era un posto qualunque: un labirinto di vicoli, fango e fumo. Perfetto per pedinare qualcuno. Perfetto… per intrappolarlo.
Il cuore di Shark prese a martellare. Non era un caso. Qualcuno li stava seguendo… e non gli piaceva per niente.
«Di qua. Muoviti.»
Svoltarono di colpo, imboccando una via stretta e soffocante, dove la luce quasi non arrivava e l’odore di muffa e rifiuti saturava l’aria.
Accelerarono ancora.
Quasi a correre.
Dietro di loro — passi.
Veloci. Decisi.
Non era più un sospetto. Li stava davvero inseguendo.
La videro all’improvviso: una scala di ferro arrugginita che saliva lungo la parete di un edificio.
Alta.
Stretta.
Pericolosamente verticale.
Portava ai piani superiori di un vecchio complesso condominiale.
«Lassù! Muoviti!» ringhiò Shark.
Sky esitò, sbiancando.
«Wow! È altissima!»
«Preferisci cadere di sotto o farti prendere? Muoviti!»
Non c’era tempo per discutere. Si lanciarono sulla scala, salendo a due gradini alla volta.
Il metallo vecchio cigolava a ogni passo.
Come se potesse spezzarsi da un momento all’altro.
Dietro di loro — passi sempre più vicini.
Rapidi. In arrivo.
Ogni cigolio era un avvertimento.
Ogni respiro, un rumore troppo forte.
Sei piani dopo, col fiato corto e il cuore martellante, raggiunsero una piccola terrazza. Davanti a loro, una finestra spalancata.
Oscura.
Come un invito… o un salto nel buio.
«Dentro. Subito.»
Balzarono oltre il davanzale e atterrarono rumorosamente sul pavimento, dentro l’edificio.
Per un istante, solo silenzio.
Fuori, la città continuava a respirare ferro e fumo. Dentro, l’aria era ferma. Pesante. Sconosciuta.
La fuga non era finita. Era appena cominciata.
Next Episode — Senza direzione

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