Le ombre arrivarono come animali attratti dal sangue. Predoni deformi emersero tra gli alberi, avvolti da un’aura nera. I loro passi non producevano suono. Le ombre sotto di loro si muovevano in ritardo, come se il mondo esitasse a riconoscerli. L’acqua nei secchi della piazza iniziò a vibrare senza motivo.
«Indietro!» ruggì Korvath.
April sentì il cuore impazzire. La paura premette dall’interno. Non era solo paura di morire. Era paura di perdere Star. Di perdere il controllo. L’acqua rispose.
«Non ancora!» gridò il drago.
Troppo tardi. L’onda blu esplose. Non era rabbia. Era terrore senza via d’uscita. Pietre, bancarelle, tavoli vennero sollevati come foglie. La piazza si spezzò sotto la forza dell’acqua. L’acqua non seguiva le strade: le ignorava. Scavalcava muri, risaliva scale, piegava il ferro come fosse fango. Per un istante, il villaggio esistette solo come riflesso distorto sotto una superficie impazzita.
«No— cosa sto facendo?!»
Sentì l’acqua scorrere sotto la pelle, come se il suo corpo non fosse più un confine. Star corse verso di lei, afferrandole il volto.
«Guardami! Respira con me!»
L’acqua esitò. Si ammorbidì. Scese come pioggia. Star barcollò, sfinita. Il suo respiro era irregolare, come se avesse trattenuto qualcosa dentro troppo a lungo. L’aria attorno a lei tremò appena, poi tornò normale. Non senza lasciare una stanchezza che le piegava le spalle. April crollò tra le sue braccia.
«Mi… hai salvata.»
Ma dentro April l’onda non si era fermata. Aveva solo imparato a restare in silenzio.
«No» sussurrò Star. «Mi hai ascoltata.»
Korvath ringhiava verso l’orizzonte. «La Forma Oscura vi ha trovate.»
Tra gli alberi, un’ombra osservava.
Una voce distorta sussurrò: «Portatemela.»
Le ombre tra gli alberi si ritirarono, non in fuga, ma come soldati richiamati. Il silenzio che lasciarono era peggiore del rumore. Quando April si risvegliò tra le macerie, il villaggio la guardava in silenzio. Alcuni con gratitudine. Molti con paura.
«È pericolosa.»
«Ci ha salvati.»
April capì: le due cose potevano essere vere insieme. Nessuno si avvicinò. Nessuno la cacciò. La distanza tra lei e il villaggio non era più fisica. Era una linea invisibile che nessuno osava attraversare.
Star le prese la mano. «Io non ho paura di te.»
April chiuse gli occhi. L’acqua tremava ancora, impercettibile. Anche quando nessuno la guardava, anche quando April chiudeva gli occhi, l’acqua continuava a muoversi. Come se avesse imparato qualcosa da lei.
«Sto muovendo l’acqua… anche adesso?»
«Sì» disse Star. «Perché sei viva.»
Korvath si avvicinò. «Se non impari, l’acqua ti divorerà.»
April guardò le sue mani. «Allora insegnatemi.»
Quella notte volarono via, sopra colline e laghi argentati.
«Dove andiamo?» chiese April.
«Lontano» rispose Korvath. «Per ora.»
Sotto di loro, l’acqua del lago si increspò da sola.
«E cosa devo imparare?» chiese.
Il drago tacque. Poi disse: «A non distruggere ciò che ami.»
E il mondo, sotto di loro, ascoltò. Non con attenzione. Con timore. Perché ciò che aveva risposto non era una preghiera… ma una forza che stava ancora crescendo.

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