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Kuran no Sekai (Italiano)

EPISODIO 18 — Pedine

EPISODIO 18 — Pedine

Mar 04, 2026

Sharlok avanzava per le vie di Hellington con passo deciso, il cappotto che sfiorava l’aria come una lama nera. 

Il suo sguardo scansionava la folla: volti, vicoli, gesti furtivi. 

Ogni angolo sembrava promettere una pista e ogni strada si dissolveva nel nulla. 

Più si addentrava nella città, più capiva di cercando un ago in un pagliaio.

Hellington si stendeva come un organismo indomabile — ponti, rampe, quartieri ammucchiati fino all’orizzonte — e senza un indizio concreto trovare Sky e Shark era diventato impossibile. 

Potevano essere ovunque: nella confusione dei mercati, nascosti nelle cantine dei vecchi opifici, o protetti da qualche famiglia criminale pronta a barattare il silenzio con favori.

Si fermò al centro di una piazza illuminata da lanterne elettriche; la luce disegnava fessure sul suo volto mentre stringeva i denti, registrando ogni minimo segnale di movimento. 

Era abituato a controllare le variabili, a prevedere le mosse, e per la prima volta si trovò cieco, senza appigli.

Alla fine prese una decisione.
La notte era già calata… ed era il momento giusto per scendere dove la città smetteva di fingere.

«Se qualcuno ha visto quei due,» mormorò con voce bassa, «saranno i ratti che vivono nell’oscurità.»

Banditi, ricettatori, spacciatori: la rete invisibile che teneva in piedi Hellington. Le informazioni non passavano dagli uffici dell’Impero, ma dalle mani sporche dei bassifondi. Sharlok conosceva quel linguaggio — pressioni mirate, favori dosati — e sapeva che qualcuno avrebbe parlato. Bastava trovare il punto giusto da spezzare.

Hellington mutava pelle sotto le luci artificiali. I lampioni si accendevano a catena, disegnando ombre lunghe e tremolanti sulle strade ancora umide. Gli edifici industriali, grigi e spenti di giorno, esplodevano ora di insegne al neon: rossi, blu e verdi che pulsavano come organi artificiali.

La città respirava di notte. E quel respiro era sporco.

Sharlok avanzava lentamente, assorbendo ogni dettaglio. Musica assordante filtrava da porte socchiuse. Gente che rideva sguaiata con un bicchiere in mano. Auto di lusso sfrecciavano come predatori tra corpi distratti. 

Uomini in giacca e cravatta trattavano affari indecenti a pochi metri da donne appoggiate ai muri, sguardi in attesa sotto le luci al neon.

Era uno spettacolo nauseante.

Le persone comuni continuavano a vivere. Ignare del sangue versato da chi nasceva per obbedire, nascosto sotto la promessa di un Impero invincibile. 

Ridevano, bevevano, ballavano come se la guerra appartenesse a qualcun altro.

Si accese il sigaro senza distogliere lo sguardo dalla folla.

«Questi idioti ballano… e chiamano pace ciò che altri pagano con il sangue.»

Il fumo gli scivolò tra le labbra, dissolvendosi nell’aria sporca della notte.

Strinse il cappotto sulle spalle e lasciò il cuore luminoso di Hellington, svoltando in un vicolo dove i neon non arrivavano. 

Là, nel fango e nelle strade spezzate, iniziava il regno della feccia. 

Era da lì che avrebbe iniziato a scavare.

Non passò molto prima che li notasse. Due figure magre che si muovevano tra i vicoli bui, passi rapidi e sguardi nervosi. Non cercavano compagnia. Cercavano qualcosa da prendere.

Sharlok rallentò appena il passo. Non li fermò. Decise invece di seguirli a distanza, lasciando che fossero loro ad aprirgli la strada. 

Nei bassifondi, anche i ratti potevano condurre a informazioni utili.

Attorno a loro la città sembrava svuotata: qualche sagoma rannicchiata sotto coperte sporche, ombre sedute contro i muri, respiri lenti che si confondevano con il rumore lontano dei neon. 

Nessuno guardava davvero. Nessuno voleva vedere.

I due avanzarono fino a quando i loro occhi non si posarono su alcune ragazze che attraversavano il vicolo con passo incerto, ridendo per scacciare la tensione.

Sharlok si fermò nell’ombra di un portone. Li osservò. Immobile. Invisibile.

Capì subito cosa stavano per fare.

Le ragazze si separarono all’imbocco del vicolo, le risate spezzate dal silenzio sporco della strada.

I due si fermarono appena, studiando i movimenti come predatori affamati. 

Scelsero la più isolata: una bionda, giacca corta e borsetta stretta al petto come uno scudo inutile.

Lei imboccò una viuzza stretta, convinta di accorciare la strada.

Loro la seguirono senza fretta. Silenziosi. Precisi. Come lame che scivolano nell’acqua scura.

La strada si strinse in un corridoio d’ombra. Una mano le tappò la bocca. La borsetta venne strappata e il corpo sbatté contro un cassonetto metallico. Le loro mani cercavano di cancellarla, pezzo dopo pezzo, come se fosse solo un oggetto lasciato incustodito.

Fu allora che Sharlok fece un passo.

Non urlò. Non corse. Emerse semplicemente dal buio. Un uomo in uniforme verde scuro, il cappotto immobile, il sigaro acceso tra le labbra. Lo sguardo fermo, pesante come una sentenza già scritta.

«Topi di fogna… temo proprio che questa non sia la vostra notte fortunata.»
—
I due si voltarono di scatto. Le lame uscirono quasi nello stesso istante.

Sharlok non arretrò. Le loro braccia si fermarono a metà corsa: una presa secca ai polsi, un unico movimento fluido. Li sollevò da terra senza sforzo, come si solleva qualcosa che non ha peso.

«Prendi ciò che è tuo», disse alla ragazza senza voltarsi. «E sparisci da qui.»

Lei esitò solo un istante, poi recuperò la borsa e corse via lungo il vicolo, i passi rapidi che svanivano nel buio.

I due banditi reagirono d’istinto, calci e pugni lanciati alla cieca. Ogni colpo si spense contro l’uniforme imperiale o si perse nel vuoto: la presa di Sharlok era immobile, implacabile.

Con un movimento breve li scagliò via, senza sforzo. I loro corpi rotolarono sull’asfalto sporco, fermandosi tra lattine schiacciate e pozzanghere nere.

Barcollarono in piedi e tentarono la fuga, urlando aiuto.

Non fecero tre passi.

Il marciapiede si increspò sotto di loro. L’asfalto cedette e poi si richiuse, serrandosi attorno alle gambe come una trappola viva.

Sprofondarono fino alla caviglie, poi ai polpacci. Cercarono di liberarsi, ma il pavimento li serrava come una morsa silenziosa.

Il Capitano avanzò senza fretta. Il sigaro tornò a brillare tra le dita mentre una scia di fumo gli velava lo sguardo. 

Nessuna pietà. 

Solo attesa.

I due, ormai immobilizzati, iniziarono a implorare con voci rotte.
«Ti prego… non ci uccidere! Non succederà più! Dacci una possibilità!»

Sharlok si fermò davanti a loro.
«La vostra redenzione non mi interessa.»

Inspirò lentamente dal sigaro.
«Ho bisogno di informazioni.»

«Due reclute, con manette di eolite, sono passate da questa città. Volete vivere? Ditemi se le avete viste e dove. Subito.»

Il terrore cambiò volto: la paura della morte immediata lasciò spazio a qualcosa di più lento, più profondo.

«E se dopo che ti diciamo tutto ci ammazzi lo stesso?» balbettò uno dei due.

Un sorriso sottile piegò le labbra di Sharlok. Senza calore.

Il cemento attorno alle loro gambe scricchiolò appena, serrandosi di qualche centimetro.

«Non vi ho ancora seppelliti», disse piano. «Consideratelo un gesto di buona volontà.»

Sharlok fece un passo avanti. Si chinò appena verso di loro e lasciò uscire lentamente il fumo del sigaro, dritto in faccia.

«Parlate… e questa notte finirà qui.»

Le dita si mossero appena; il cemento scricchiolò sotto le loro gambe.

«Restate in silenzio… e scoprirete quanto può essere spaventosa una sepoltura.»

Il sudore scorreva sui loro volti mentre l’aria nella viuzza diventava sempre più pesante.

«G-giuro che ti diciamo tutto, Capitano!» balbettò uno dei due. «Oggi abbiamo visto molte reclute aggirarsi nella città bassa… ma quei due li avevamo già notati. Due giorni fa.»

Sharlok si inclinò appena in avanti.
«Descrivimeli.»

«Uno era biondo… con degli occhiali da sole. L’altro aveva i capelli rossi, più alto. Non sembravano soldati normali. Si muovevano come se stessero scappando.»

Il sigaro rimase sospeso tra le dita di Sharlok. Lo sguardo si fece più stretto.

Non servivano altri dettagli.

«Avevano delle manette? E voglio la zona esatta», disse con voce piatta.

«N-no… niente manette. Li abbiamo intravisti vicino a Grey Wall. È tutto, lo giuro!»

La mascella di Sharlok si tese appena. Il sigaro restò fermo tra le dita mentre lo sguardo si abbassava per un istante, calcolando.

Niente manette.

Qualcuno era intervenuto.

Fece un passo avanti.
«Erano soli… o c’era qualcun altro con loro?»

I due si scambiarono uno sguardo incerto.

«Li abbiamo visti in due… ma forse c’era un altro. Non con loro. Dietro. Come un’ombra.»

Il fumo del sigaro salì lento nell’aria.

«Descrivilo.»

«Capelli neri. Occhi freddi. Vestiti normali… pantaloni scuri, maglia semplice. Però non sembrava uno qualsiasi.»

Silenzio.

Sharlok si tirò indietro di mezzo passo e inspirò lentamente dal sigaro. Il fumo gli velò lo sguardo mentre restava immobile, come se avesse già deciso tutto.

«Bene», disse soltanto. «Dimenticate questa notte. Se aprite bocca… vi troverò.»

Un lieve movimento del piede. L’asfalto cedette all’istante.

I due crollarono a terra, barcollarono… poi fuggirono via senza voltarsi, sparendo tra i vicoli bui.

Sharlok rimase immobile. Il fumo si dissolse nell’aria fredda.

Quelle informazioni cambiavano tutto.
Se il terzo li pedinava… allora non era un alleato.
O forse stava solo giocando a confondere le tracce.

La mascella si tese appena.

Una sola certezza restava.

Grey Wall.


Next Episode — Nessun Nome, Nessun Volto
GGAdam
G. Adam

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