"C'era la Magia una volta.
Sacerdotesse che riportavano in vita i morti, persone che manipolavano la pietra come se fosse creta, alberi che nascevano dalla pura volontà, guerrieri che assorbivano la forza dal sole rendendola propria.
Una volta vivevano in armonia, sia con la magia che tra loro. Un solo Regno, un solo popolo.
Poi venne la guerra e con essa la discordia.
Si versò il sangue, troppo per essere sanato; la terra si riempì di ferite che non poterono essere guarite.
Il caos fu ovunque e nessun tipo di magia riuscì a combatterlo.
Passarono cento anni prima che ritornasse la calma, che i morti smettessero di lordare le strade e si deponessero le armi.
Cento lunghi, interminabili anni che finirono con il silenzio.
Purtroppo la guerra non fu l'unica cosa a concludersi.
La Magia sparì con essa.
Le sacerdotesse che custodivano gli incantesimi, gli antichi libri e chiunque avesse dato prova di avere anche solo una scintilla di potere, vennero distrutti; il pericolo che ponevano per chi nasceva senza era troppo grande.
I praticanti di arti magiche vennero così resi gli obiettivi principali, fino a quando furono costretti a nascondersi e a reprimersi.
In cento anni la Magia svanì.
L'antico e orgoglioso Regno di Seatiale non fu più lo stesso. Si divise in quattro Regni separati, con quattro diversi Sovrani.
Quando ci fu nuovamente la pace, riprovarono a riaccendere la scintilla.
Gli adoratori della Madre Luna si ritirarono nel Grande Tempio della loro Dea, dove nuove sacerdotesse vennero istruite, ma nella nuova Orios nessuno più riuscì a restituire la vita ad un corpo morto.
Alla base della più alta montagna di Seatiale, Godhaven, si stabilirono i seguaci della Mano di Pietra e lì sorse Lapis, terra di grandi costruttori..."
Un bussare insistente alla porta la riportò alla realtà. Mariam rimase a fissare la pagina per qualche secondo, senza davvero leggere cosa c'era scritto e batté le palpebre un paio di volte nel tentativo di schiarirsi la vista. Il bussare riprese, anche più forte di prima, e Mariam storse le labbra in una smorfia vagamente seccata prima di chiudere il pesante tomo che aveva in mano con un gesto secco.
Solo una persona avrebbe avuto il coraggio di presentarsi alla sua porta in quel modo irrispettoso. Per un attimo pensò di lasciarla aspettare ulteriormente, per insegnarle un po' di umiltà e anche perché si sentiva indispettita per essere stata strappata alla lettura del suo libro preferito in quel modo.
«Avanti» disse invece con voce abbastanza alta da essere udita al di là della massiccia porta di legno.
Lo fece un po' perché aveva davvero voglia di vederla prima che partisse, un po' perché temeva seriamente che le buttasse giù la porta.
Quando entrò, portò con sé la luce.
La stanza di Mariam era immersa nell'oscurità, con le finestre oscurate da pesanti tende di velluto grigio che bloccavano i fievoli reggi della luna piena che brillava nel cielo notturno. L'unica fonte di luce proveniva dalle candele accese sul tavolino vicino alla panca imbottita dove Mariam era accoccolata.
Shenya risplendeva come un piccolo sole, con i lunghi capelli color dell'oro illuminati dalle torce accese nel corridoio alle sue spalle. La sua chioma bionda era accarezzata dal fuoco e, anche quando la porta si richiuse alle sue spalle, Mariam si sentì accecata nel vederla; come se la luce si fosse legata a Shenya stessa.
Durò solo un istante, quello dopo le ombre tornarono ad allungarsi dagli angoli della stanza e anche la presenza luminosa di Shenya fu accolta nell'oscurità.
Le due donne si fissarono in silenzio per un po', poi Shenya sbuffò, si portò le mani ai fianchi e alzò un sopracciglio.
«Ti ucciderebbe avere un po' di luce, qui?» disse con tono ironico dirigendosi a grandi passi verso la finestra più vicina ed aprire le tende con uno strattone.
I raggi di luna penetrarono abbastanza da far notare a Mariam che sua cugina era vestita nel modo solito che usava per uscire a cavallo: morbidi pantaloni scamosciati di un marrone chiaro, una semplice camicia bianca con intricati ricami che richiamavano la luna e quelli che sembravano essere il paio di stivali più comodi che Shenya possedesse. Nonostante fossero per lo più degli abiti comuni, Shenya era riuscita a farli sembrare raffinati: un nastro di tessuto bianco a tener fermi i calzoni alla vita, una spilla d'argento con un grosso rubino a chiuderle la scollatura della camicia. Mariam poteva giurare che anche gli stivali avessero qualcosa di particolare, ma non riusciva bene a capire cosa.
Sbatté le palpebre un paio di volte quando Shenya le si fermò davanti, le mani nuovamente sui fianchi snelli e le gambe larghe.
Ci fu un ennesimo momento di silenzio rotto da un altro sbuffo.
«Io sto per partire, non mi saluti nemmeno?» chiese infine Shenya inclinando il capo da un lato.
Mariam sbatté nuovamente le palpebre e fu un altro breve momento di silenzio.
«Ora? Ma è piena notte» disse infine lanciando una rapida occhiata alla finestra per assicurarsi che fosse davvero ancora buio.
«Lo so, ma il cavaliere che mi hai affibbiato pensa sia il momento migliore. Lo giuro, quel Perat è tutto matto»
«Petar? È uno dei migliori, altrimenti non lo avrei affidato come capo della tua scorta» disse Mariam raddrizzandosi sulla panca e posando il libro sul tavolino, attenta a tenerlo lontano dalle candele.
Shenya lo afferrò immediatamente iniziando a sfogliarlo, dandole le spalle quando Mariam fece per riprenderselo.
«Ancora questo libro per bambini? Sei ossessionata» ridacchiò Shenya mentre guardava i disegni delle antiche sacerdotesse della Luna.
«Non è un libro per bambini» rispose Mariam incrociando le braccia al petto.
Sapeva che ogni tentativo di riavere il libro sarebbe stato inutile con Shenya, che lo avrebbe ridato solo una volta aver finito di prenderla in giro.
Mariam si chiese se dovesse riprenderla, ricordandole che stava pur sempre parlando con la sua Regina. Qualcosa le diceva che neanche quello sarebbe servito.
«Vero, mia madre è l'unica abbastanza matta da avercelo letto come storia della buona notte. Anche se ha sempre funzionato, se non ricordo male» borbottò fissando invece un'immagine dei guerrieri del Sole, con i muscoli definiti.
«Spero di incontrare uno di loro. Ora quello sì che sarebbe divertente» ridacchiò Shenya nuovamente mordendosi il labbro con espressione furba.
«Lord...» iniziò Mariam con un sospiro, cercando di ricordare a sua cugina che fosse sposata.
Shenya la interruppe subito: «Sì, sì, Virtholm, lo so» borbottò chiudendo il libro e lasciandolo cadere sul tavolino con poca cura.
Mariam la fissò in cagnesco per un istante e ritornò nuovamente il silenzio.
«Non credo che gli importerebbe» sussurrò Shenya così silenziosamente da essere quasi incomprensibile.
Mariam aggrottò le sopracciglia e si alzò in piedi: «Come hai detto?»
«Non importa» sospirò Shenya «Dovrei anda-»
Mariam non lasciò che finisse di parlare, la prese tra le braccia e la tenne stretta a sé, affondandole il viso nel collo e respirando profondamente. Shenya ricambiò immediatamente l'abbraccio, intrecciando le dita nei lunghi capelli scuri di Mariam fino a farle quasi male.
Avevano la stessa altezza, nessuna delle due poteva nascondere il viso nei capelli dell'altra anche se lo volevano tanto. Volevano respirare l'odore dell'altra, memorizzarlo in modo da avere sempre una piccola parte vicina anche mentre sarebbero state lontane.
Era la prima volta che sarebbero state divise per più di qualche ora.
Shenya sentì l'improvviso bisogno di piangere, ma si trattenne. Erano solo un paio di mesi e poi avrebbe abbracciato Mariam di nuovo.
Non era l'ultima volta.
Si lasciarono andare pian piano, fino a posare la fronte contro quella dell'altra. Rimasero così per qualche altro secondo, poi Shenya si diresse in silenzio verso l'uscita.
Aprì la porta e senza guardare indietro se la richiuse alle spalle.
Mariam si avvicinò a piccoli passi all'uscio, posando un orecchio sul pesante legno nel tentativo di recepire gli ultimi suoni che avrebbe avuto da Shenya in mesi.
I suoni erano molto attutiti, ma Mariam sentì la voce seccata di Shenya che bisticciava con Ser Petar. L'uomo squittì qualcosa in tono indignato prima che suoni di passi che si allontanavano li portarono via.
Mariam ridacchiò e il suono echeggiò nella stanza, che ora sembrava molto più buia di prima.
Si strinse le braccia al petto e tornò a sedersi sulla panca, lanciando un' occhiata al libro.
Sperò che non sarebbe stata l'ultima volta, con Shenya.
Non aprì il libro.

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