"Sto parlando del livido."
Jacob cambiò espressione così rapidamente che sembrò gli avessero strappato una maschera dal volto. Il livido. Soffiò una leggera risata dalle narici. Revie non reagì, tornando a concentrarsi sulla guida, ma senza dubbio lo aveva sentito.
"Sai, potrebbe fare delle domande" aggiunse un secondo dopo, con tono infastidito.
"Oh, no", esclamò Jacob, scuotendo la testa, "non se ne accorgerà nemmeno, probabilmente." Era convinto di quello che diceva, più o meno, ma il fatto che continuasse a sorridere nervosamente non gli dava molto credibilità. Perché davvero non riusciva a capire perché stessero avendo quella conversazione, su quel... livido. Possibile che fosse così visibile?
Genuinamente non ne aveva idea. Jacob non era consapevole di quanto evitasse di guardare il proprio riflesso nel vetro e negli specchi. Lo evitava già normalmente, ma le giornate in cui aveva qualcosa da nascondere a sé stesso, lo faceva più del solito. Lo aveva visto di sfuggita a casa di Revie, poco dopo essersi fatto male e non gli era sembrato niente di che. Solo un lieve rossore, che poteva giustificare come congiuntivite, o qualcosa del genere.
Poi aveva evitato ogni specchio, ogni vetro, ogni pozzanghera, perfino lo schermo nero del telefono, fino a quel momento, come gli veniva naturale fare, dopotutto. E lo aveva sentito, non poteva negarlo, il dolore era stato lì a pulsare sulla pelle tutto il tempo. Ma ci aveva provato così tanto a fare finta di niente. Quindi perché ora dovevano parlarne?
Non riuscì a trattenersi dal voltarsi verso il finestrino e così lo vide, per solo un secondo, lo vide. Trattenne il fiato qualche secondo. Voleva sparire.
Il contorno dell'occhio destro era gonfio, scuro, più arrossato di prima. Aveva immaginato avrebbe lasciato un segno, sì, ma non così tanto. Se era così dopo nemmeno un'ora... come sarebbe diventato il giorno dopo?
Forse il suo ragazzo aveva ragione: non sarebbe passato inosservato a suo padre.
"Forse tu pensi che tuo padre sia un idiota" ribatté Revie, "ma con il lavoro che fa, è abituato a notare certi dettagli. Quindi se dovesse chiedere, digli che sei caduto o inventati una scusa, okay? Tanto a inventare cazzate sei bravo."
Jacob scosse la testa, ignorando l'ultimo commento. "Mio padre ti adora, veramente, non potrebbe mai pensare che tu-"
L'auto frenò di colpo, violentemente e Jacob si aggrappò alla portiera di istinto. Revie si voltò a guardarlo con occhi freddi, rimproveranti. Stava stringendo il volante così forte da avere le nocche bianche. Si piegò appena nella sua direzione, diminuendo la distanza che li separava.
"Ho detto", sottolineò, scandendo le parole una ad una: "se fa domande, tu sei caduto. È chiaro?"
Non aspettò risposta e con noncuranza riprese a guidare. Sapeva già di essere stato chiaro. Jacob si sentì così a disagio che sperò che il sedile potesse risucchiarlo e di poter sparire da quella macchina. Dovette fare un grosso sforzo per cacciare via le lacrime, che gli pizzicavano gli occhi. Annuì lentamente.
"Sono scivolato in bagno, mio padre lo sa che sono un imbranato" sussurrò, con una voce debole che tradiva quanto si stesse trattenendo per non piangere.
Si strinse nella felpa, come se l'indumento potesse consolarlo in un abbraccio. Gli ultimi minuti di silenzio furono infernali, ma non aveva nessuna intenzione di lasciar scappare nemmeno una lacrima. Si concentrò sul respiro e cercò di distrarsi guardando qualunque cosa capitasse fuori dal finestrino. Il sole ormai era quasi del tutto tramontato.
"Mi dispiace tanto" disse all'improvviso Revie. "Non avrei dovuto." Jacob si girò a guardarlo, incredulo.
Si sentiva profondamente turbato da quelle scuse e non sapeva spiegarsi il motivo. Revie allungò il braccio e per la prima volta durante il tragitto, gli prese la mano. Con il pollice gli accarezzò dolcemente il dorso. Jacob sentì una sensazione di vuoto stringergli il petto. Sentiva che avrebbe dovuto fargli piacere, ma non riusciva a leggere quella conversazione come un finale positivo.
"Non c'è bisogno che ti scusi." Non voglio più parlarne.
"Ho fatto una cosa orribile. Avresti tutto il diritto di lasciarmi." Ritrasse la mano, per cambiare marcia. Lasciarti? Jacob non lo avrebbe mai lasciato.
"Cosa? Che stai dicendo?" balbettò, fallendo nel nascondere il panico nel tono di voce. Sentiva di nuovo la tachicardia. "Non sono arrabbiato. Dico davvero."
Revie tornò a rifugiarsi in una bolla di silenzio e Jacob si accorse di quanto gli tremavano le mani. Cercò di nasconderle nel tascone della felpa. Non mi lasciare. Non mi lasciare. Nonmilasciaretiprego.
"Veramente, non sono arrabbiato con te" insistette, lasciandosi sfuggire una risatina nervosa. "È tutto a posto, okay?"
"Se è tutto a posto, perché non mi hai parlato per un'ora?" chiese Revie, aspramente. Jacob si sentì colpito al petto. Cosa significava, che lui 'non gli aveva parlato'? Non era andata così... Revie lo aveva ignorato e non…
"Io..." esitò, "mi dispiace, Revie."
Jacob si sentiva costantemente in colpa, anche se amava Revie. E lo amava davvero tanto. Perché, in realtà, sapeva bene quanto Revie meritasse meglio di un ragazzo che riusciva sempre a fargli perdere la pazienza. Un ragazzo che non era alla sua altezza. Che, al contrario di lui, era una frana a stare in mezzo alle persone e lo metteva in imbarazzo. Lui che aveva mille difetti. Un disastro dalla testa ai piedi. Ogni volta che passavano un bel momento insieme, Jacob trovava sempre la cosa sbagliata da dire. E allora Revie lo fissava, in silenzio, con quello sguardo. Quello sguardo che ormai conosceva a memoria, impassibile, ma duro, freddo, giudicante, che lo faceva sentire minuscolo e disgustoso. E ogni volta che si trovava quegli occhi puntati addosso, sapeva di aver fatto l'ennesima cazzata. Quella sera continuava a farne una dopo l'altra.
Non era importante chi avesse ignorato chi. Sotto strati di litigate, malintesi e disagevoli silenzi, c'era sempre Jacob e la sua inadeguatezza, che rovinava tutto, ogni volta.
Quando, finalmente, vide Revie sorridere nella sua direzione si sentì illuminato e scaldato come da un raggio di sole. Ma il mondo gli crollò addosso quando realizzò che non era rivolto a lui: Revie alzò una mano per sventolare un saluto. Poi si affrettò a cercare quella di Jacob e la strinse, non con dolcezza. Una stretta che aveva un compito ben preciso: correggerlo.
Revie lo faceva quando Jacob non si comportava in modo adeguato intorno agli altri. Capì presto.
Ostaggio dei suoi stessi pensieri, sempre più opprimenti, Jacob non si era reso conto che Revie stava parcheggiando. Suo padre, che era in giardino a buttare la spazzatura, li stava salutando da qualche metro di distanza, con l'entusiasmo di un bambino. Si affrettò a ricambiare il saluto, alzando timidamente la mano. Si chiese se riuscisse a vedere il livido da lì, fingendo di grattarsi la fronte nel tentativo di nasconderlo.
Suo padre rientrò in casa ed entrambi lasciarono scivolare via il sorriso. Revie uscì dall'auto sospirando, recuperando il suo cappotto nei sedili anteriori. Sebbene non sbatté la portiera, Jacob sussultò anticipatamente al rumore.
Uscì a sua volta con esitazione. Sentiva le gambe deboli. Nel frattempo Revie aveva fatto il giro dell'auto, raggiungendolo sul marciapiede. Si mise di fronte a lui, davanti al cancelletto dell'abitazione, come a bloccargli la strada. Si avvicinò a Jacob, accarezzandogli una spalla, poi una guancia. E per la prima volta quella sera, sorrise dolcemente.
"Io ti amo, Jacob", disse Revie. Suonò malinconico, come se fosse un peso amarlo. "Tu mi ami ancora, dopo oggi?"
Si affrettò a rispondere: "Certo. Alla fine di ogni giorno ti amerò anche domani. Lo sai..."
E lo pensava davvero, con tutto se stesso. Non importava che Revie gli avesse messo le mani addosso. Non importava quanto litigassero. Non importavano i segreti, le bugie, il terrore, gli incubi.
La cosa peggiore che potesse succedere, era che Revie lo lasciasse.
***
La sua famiglia amava Revie. Chi non lo amava?
La serata andò benissimo, per loro. Un po’ meno per Jacob. Ma andava bene così, perché passava abbastanza inosservato ogni segnale di malessere che il suo corpo, per lui, cercava di manifestare.
Nessuno si accorgeva di come sembrava stesse mangiando, ma in realtà passava metà del tempo a spostare il cibo nel piatto e masticasse lo stesso boccone per minuti interi. Come scappava in bagno con una scusa, e tornasse con gli occhi arrossati per le lacrime. O quanto gli tremassero braccia e gambe, costantemente.
Nessuno vedeva la mano di Revie stritolare la sua sotto al tavolo per ogni parola che diceva di troppo, o per fargli capire che non stava sorridendo abbastanza, o qualunque cosa non andasse.
Perfino il livido non fu un problema. Lo commentò sua sorella dopo un po’, sarcastica. Kathleen aveva quattordici anni, e Jacob fu sollevato dal fatto che lei stessa avesse dato per scontato che non fosse niente di serio. Lei e Revie scherzavano insieme su quanto Jacob fosse sbadato.
Suo padre rise, ed era meglio così, che non avesse sospetti. Jacob però non riusciva a smettere di pensare che, se non l’avesse notato qualcun altro, forse davvero non se ne sarebbe neanche accorto.
Cercava di non fargliene una colpa, a suo padre, se ogni tanto gli sfuggiva qualcosa. Soffriva di una malattia cronica da anni, che gli dava non poche difficoltà; non solo fisiche, ma soprattutto cognitive. Era spesso confuso, annebbiato, nella sua bolla.
Non voleva fargliene una colpa, ma la verità era che la rabbia lo divorava ogni giorno. Non lo avrebbe mai ammesso, ma avrebbe tanto voluto che suo padre ogni tanto notasse quanto lui stava male.
Jacob dormì a casa di Revie anche quella notte. Non riuscì a dirgli di no, aveva bisogno di quella vicinanza, anche se i sensi di colpa lo stavano divorando. Aspettò che si addormentasse per rivestirsi, come se Revie potesse scoprire che lui nella propria nudità rivedeva i cadaveri che aveva sognato.
Facendo attenzione a non fare rumore, prese il proprio telefono e si chiuse in bagno.
Tanto a raccontare cazzate sei bravo. Quelle parole gli rimbombarono in testa.
Numero Sconosciuto: Fammi sapere come va. Sii prudente. 15.03
Lesse il messaggio dall’anteprima di quella chat, che teneva da settimane archiviata ed eliminava costantemente. Perché se Revie lo avesse scoperto…
Jacob avrebbe detto, e cercava costantemente di giustificarsi nella propria testa, che non era come sembrava. Lui doveva tenerlo nascosto, finché non si fosse sistemata la situazione.
Si affrettò a scrivere un messaggio di risposta.
Non l’ho lasciato. Non ce l’ho fatta. Ho bisogno di tempo, è stata una brutta giornata. :(
E poi:
Non rispondere. Sono con lui. Ti chiamo io domani.
E poi:
Scusami Bastian, ti amo.
Blocca. Cancella.
Tirò lo sciacquone del gabinetto, nel panico, perché se Revie si era svegliato era meglio avere una scusa pronta per essere stato in bagno. Si sciacquò la faccia per calmarsi, poi nascose il telefono nella tasca posteriore del pantaloncino. Si sentiva osservato, giudicato, sporco.
Quandò tornò in camera da letto, Revie sembrava dormire ancora. Appoggiò delicatamente il telefono sul comodino e scivolò sotto le coperte, dando le spalle al suo ragazzo.
Scusami, Revie.
Ti amo.

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