Qualche mese prima - Settembre 2018
È tutto a posto. A volte sviene.
Non serve chiamare i soccorsi.
Inspira.
Espira.
Quel venerdì pomeriggio, Jacob lo stava passando tra le pareti color pastello della pasticceria dove lavorava. Fuori il cielo era scuro, annuvolato.
Moirin, la proprietaria, gli stava spiegando come stampare le etichette per le scadenze degli ingredienti con cui preparava i dolci. Era una donna minuta e graziosa, con un sorriso contagioso che gli ricordava sua madre e una folta chioma di capelli un po' spettinati. Per quanto Jacob la adorasse, non riusciva proprio a restare concentrato sulla sua voce. Continuava ad annuire e ripetere le ultime parole di ogni frase che lei pronunciava, ma non stava più ascoltando.
Era uno di quei momenti della giornata in cui la sua testa era altrove e lui non era più sicuro se il mondo attorno fosse reale. Il bagliore delle luci artificiali e l'odore zuccherato lo stordivano.
Non c'erano clienti. In mezzo ai tavolini, un suo collega ondeggiava il corpo in un balletto improvvisato, seguendo il ritmo della canzone riprodotta da due piccoli altoparlanti. Stringeva tra le mani il manico di una scopa, che nella coreografia diventava un microfono, ma anche un partner di danza.
“Non puoi mettere via nulla senza stampare la scadenza, altrimenti- Dodger, se i clienti non entrano è perché li stai spaventando”, disse Moirin, guardando oltre la propria spalla.
Jacob si lasciò scappare un sorriso, quando vide il suo amico bloccarsi a metà di un casquet.
Con aria offesa, replicò: “Io ho un talento.”
“E tu non ridere”, puntò il dito contro Jacob. Moirin fingeva di essere severa, ma tratteneva a stento un sorriso. “Hai capito quello che ti ho spiegato?”
“Sì, signora”, mentì, ricomponendosi.
“Stavo solo anticipando a Jacob quello che succederà alla festa a cui andremo stasera”, aggiunse Dodger e Jacob lo guardò male, scuotendo la testa. Rieccoci.
Moirin sospirò, come per empatizzare con la sua infinita pazienza.
“Chiamami Moirin, piccolino. Lo so che voi siete due pulcini, ma così mi fai sentire vecchia.”
Dodger si mise una mano al petto, sfiorando una spilletta con stampato sopra “they/he”.
Seguendo con lo sguardo la proprietaria, pronunciò: “Oh, signora Hill, io le giuro solennemente che non dimenticherò mai di stampare le scadenze.”
Moirin gli diede una piccola spinta scherzosa, per poi fare cenno di seguirla. Lasciarono Jacob da solo per andare a fumarsi una sigaretta davanti al locale, riparati da un telo a righe rosa-verdi, che sembrava potesse volare via da un momento all'altro per il maltempo.
Aveva conosciuto Dodger una settimana dopo essersi trasferito a Rainhill. Dodger lavorava lì da Moi’s da un annetto. Aveva la sua stessa età, anche se sembrava un paio di anni più grande, capelli corti e rasati ai lati per mantenere un mullet bianco decolorato. Si muoveva con una facilità che Jacob non comprendeva - come se non si fosse mai preoccupatə di essere di troppo.
Durante il suo primo turno, un paio di settimane prima, Jacob aveva fatto cadere un vassoio. Non era stato drammatico. Si era rotto un piattino, era rotolato un cupcake sul pavimento, e c’era stato un rumore forte, umiliante, che aveva fatto voltare un paio di clienti.
Jacob si era pietrificato per due secondi, desiderando di sparire dalla faccia della terra e aveva iniziato a tremare.
Dodger non aveva riso. Lo aveva raggiunto in fretta e si era chinato con lui per raccogliere le cose e aveva sussurrato, facendogli l’occhiolino: “Di solito non mi inginocchio per un ragazzo al primo incontro.”
Jacob aveva trattenuto una risata, poi non l’aveva più guardato in faccia per un’ora per l’imbarazzo.
I primi giorni, l’aveva trovatə irritante. Non era abituato ad avere attorno personalità esuberanti. Poi avevano iniziato a fumare insieme durante le pause e avevano scoperto di essere vicini di casa. E senza che se ne accorgesse, presto Dodger divenne l’unica a persona con cui riusciva a tornare a respirare. Capì che tutta quella energia, le battutine e i finti flirt erano una maschera. Dodger non aveva avuto una vita semplice, ed era una cosa che avevano in comune.
Da qualche giorno, però, era tornatə ad essere incredibilmente insopportabile.
Stava sistemando gli ultimi scatoloni nel magazzino, quando Dodger era comparsə sulla soglia appoggiandovi la spalla, a braccia conserte. “Ti va di stare insieme dopo il lavoro, Bod?” chiese, come se niente fosse, anche se Jacob sapeva già dove voleva andare a parare.
Si era fermato a metà sollevamento, riappoggiando a terra la scatola. “Non so, che ti va di fare? Io dovrei passare da casa per…", si rese conto di non sapere che parole usare. “Controllare se è tutto okay.”
Sul volto di Dodger era passata una smorfia veloce. "Oggi non mi va di stare a casa mia. Vuoi una mano a svuotare qualche scatola?"
Gli venne l'istinto di rifiutare, ma rimandò giù in gola quelle parole. Annuì soltanto. "Sì. Okay. Se ti va."
Non era facile per Jacob lasciar entrare qualcuno in casa sua, come non lo era in generale, far entrare le persone nella propria vita. Aveva dovuto imparare presto, ancor prima delle tabelline, che niente era per sempre; soprattutto le persone.
Dodger era riuscito a ritagliarsi uno spazio nel suo caos. Era già stato un po’ di volte a casa sua dopo il turno di lavoro e Jacob aveva dovuto spiegare a suo padre cosa fossero i pronomi neutri.
Anche se non si erano mai parlati esplicitamente di cosa non andasse nelle loro vite, avevano entrambi intuito qualcosa dell'altro.
"Perfetto,", si morse l’indice maliziosamente. ‘’E poi…’’
‘’Non ci vengo a quella festa’’, lo interruppe. Dodger soffiò il sospiro più drammatico che potessero buttare fuori i suoi polmoni. Sarebbe stata piú o meno la trecentesima volta che glielo chiedeva nel giro di una settimana, così Jacob lo aveva troncato prima che potesse fiatare a riguardo, di nuovo.
I volantini di quella stupida festa tappezzavano le pareti di mezzo paese. Jacob era l’ultima persona a cui potesse interessare una serata del genere - musica, fiumi di alcool, universitari alla ricerca di una scopata occasionale. Jacob detestava gli universitari. Solo al pensiero dell’odore dei cocktail miscelati ai deodoranti del discount gli venne la nausea.
E Dodger sapeva benissimo che non sarebbe riuscito a convincerlo, perché ormai lo conosceva, eppure continuava a premere su quel tasto, ancora e ancora.
Jacob cercava di non infastidirsi troppo perché aveva intuito che, nonostante fosse una persona così aperta e socievole, non aveva molti amici con cui uscire. Dodger incolpava il suo status sociale e il bullismo subito alle superiori. Ci teneva tanto ad andarci, diceva, perché era venutə a sapere che alla festa ci sarebbe stato un ragazzo per cui aveva una cotta dai tempi delle scuole medie, con cui sperava di riallacciare i rapporti. E con ‘’riallacciare i rapporti’’, intendeva ‘’andarci a letto’’, probabilmente.
Jacob ci teneva al suo amico, ma non riusciva a superare quella fobia sociale che si era auto-diagnosticato, che ormai lo opprimeva da anni.
‘’Bod, ti assicuro che-’’
Il tintinnio dei campanellini alla porta annunciò l’arrivo di un cliente. Jacob salutò Dodger ondeggiando le dita, sfoggiando un sorrisetto fastidiosamente soddisfatto, evitando l'ennesima discussione.
Dodger fece un giro su se stesso puntando l'indice alla tempia mimando uno sparo e tornò al bancone borbottando qualcosa in francese, sapendo benissimo che Jacob non lo aveva ancora imparato a comprendere o parlare.
Jacob lo raggiunse dopo aver sistemato le ultime due scatole, mentre si aggiustava il grembiule.
Aveva sentito la voce di un uomo salutare e Dodger ricambiare con un entusiasmo più energico del solito.
La pasticceria di Moirin era dominata da tinte pastello, fiori e quadri vivaci. Gli ricordava un po’ le fragole, il tè matcha e la primavera. Quel cliente, un ragazzo giovane, contrastava con l'estetica del locale tanto da attirare subito l’occhio, come una macchia di inchiostro nero. Con passi decisi ma eleganti, aveva superato i tavolini e si era fermato ad osservare la vetrina dei dolci, mentre conversava in francese con Dodger.
Si spostó dietro l'orecchio una ciocca di capelli ricci e scuri come la pece, abbastanza lunghi da superargli le clavicole. Era avvolto in un cappotto che aveva l’aria di essere costoso, che gli arrivava sotto il ginocchio, lasciando intravedere dei pantaloni di pelle e anfibi borchiati.
Per un attimo, dopo aver realizzato che lo stesse fissando, con imbarazzo incrociò i suoi occhi e sforzò un sorriso come saluto, per poi procedere a trovare qualunque faccenda da svolgere, con lo sguardo piantato a terra, come se le piastrelle fossero improvvisamente interessantissime. Quello scambio era stato... strano.
Chi era quello?
Si mise a pulire con il primo straccio che gli capitò sottomano il retro del bancone, che non era davvero sporco, ma… che problema c'era a lucidarlo di nuovo?
Mentre aspettava pazientemente che il ragazzo decidesse se voleva ordinare qualcosa, Dodger guardò Jacob con la coda dell'occhio, come se si stesse comportando da pazzo.
“Che c'è?", sibilò, sulla difensiva.
La voce di Moirin frantumò il silenzio - e spaventò Jacob - con un gridolino affettuoso e teatrale.
Si era quasi dimenticato che Moirin fosse in cucina.
La donna superò la porticina che li separava dalla saletta del locale, lasciando il grembiule sul bancone. Si gettò tra le braccia del ragazzo.
Moirin gli rivolse quello che suonava come un nomignolo affettuoso, ma Jacob non lo colse - non era nemmeno sicuro di che lingua fosse, perché Moirin aveva origini italiane, ma lui non aveva l’orecchio allenato a distinguere le lingue latine tra loro. Continuò a fingere di svolgere qualche faccenda, mentre i due conversavano a voce bassa. Poi la voce squillante di Moirin lo raggiunse.
“Lui é il mio nuovo cerbiattino, un ragazzo prezioso” disse entusiasta, invitando Jacob ad avvicinarsi con un gesto della mano insistente. Posò lo straccio, guardandosi attorno come se la donna potesse parlare di qualcun altro. “Jacob, ti presento mio nipote.”
Lo stomaco di Jacob fece un piccolo balzo. Allargò un altro sorriso forzato e si asciugò i palmi sul grembiule, prima di avvicinarsi timidamente per stringere la mano del ragazzo.
“Così lo metti in imbarazzo, Moi. Asa, piacere”, si presentò il corvino, con una salda stretta di mano che sembrò durare un secondo di troppo. Due piercing luccicarono sotto il suo sorriso perfetto. Jacob non aveva mai visto quel tipo di piercing sul viso di nessuno prima.
“Sei di queste parti, Jacob?”
“Ehm, no’’ balbettò. Moirin si era allontanata per infilare un paio di muffin in un sacchetto di carta. ‘’Io… mi sono trasferito, uhm, da poco”, si schiarì la voce. Non fece caso a Dodger che seguiva la scena con il gomito appoggiato accanto alla cassa, il mento sul palmo e un sorrisetto divertito.
“Stasera ci sarà una bella serata al Pub di Robin Red Hat", fece scivolare lo sguardo verso Dodger. ”Il proprietario é un caro amico, dite che vi ha invitato Revie: entrerete gratis.”
Dodger sbatté le ciglie un paio di volte, incredulo. Aprì le braccia e fissò Jacob, come se fosse un segno del destino.
Asa gli fece l’occhiolino piú affascinante che avesse mai visto. Gli sembrò quasi di vedere il suo sorriso luccicare come nei film. Si sentì arrossire. ‘’Non mancate.’’
Jacob tirò un respiro di sollievo quando finalmente quel ragazzo si allontanò con sua zia, fermandosi a parlare con lei fuori dal locale, prima di andarsene. Era come se avesse trattenuto il respiro fino a quel momento.
Jacob dovette appoggiarsi al bancone per un istante, rilasciando un respiro tremante. Sentiva ancora la pressione di quello sguardo sulla pelle, come un marchio invisibile.
Cos'è successo?, si domandò.

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