Mancava circa un quarto d'ora alla fine del loro turno di lavoro e Jacob continuava a girarsi a guardare l’orologio a lancette appeso al muro. La clientela si era diradata e il cielo iniziava a macchiarsi di un rossore serale. Dodger si era avvicinatə furtivamente mentre Jacob puliva il bancone, scivolando lungo la superficie con i gomiti.
‘’Stai pulendo da così tanto che presto avremo le allucinazioni da inalazione chimica", commentò.
“Non ci vengo con te a quella festa”, puntualizzò, con tono seccato. Dodger roteò gli occhi, sbattendo le mani dove aveva appena smesso di pulire. Non mi interessa se Mr. So di essere bellissimo ci ha invitato.
“Non stavo per chiedertelo.’’
‘’Sì, invece.’’
“Bod, tu non capisci: non ho mai visto così tanta tensione sessuale in vita mia, ti ha praticamente spogliato con gli occhi.”
Jacob si voltò a guardarlo sconvolto. “Ma di cosa stai parlando?”, domandò, imbarazzato. “Ma chi, quel tipo? E in che modo questo dovrebbe farmi cambiare idea?”
‘’Prontooo? Ti ha invitato alla festa. Asa Raven ti ha invitato a una festa.’’ Pronunciò quel nome come se stesse parlando di una celebritá, quando invece Jacob era la prima volta che veniva a conoscenza della sua esistenza. Cosa poteva mai esserci di speciale in lui?
‘’Ci ha invitato. Glielo hai chiesto tu? Prima che arrivassi?’’ Non avrebbe voluto accusarlo, ma le parole gli scapparono prima che potesse fermarle: oggettivamente, vista la dedizione a fargli cambiare idea nei giorni precedenti, non lo avrebbe stupito troppo se fosse stato tutto un teatrino inscenato.
"Cosa?! Chi credi che io sia per essere amico di quello lì? Non hai idea di chi sia.’’
“No, infatti. A dire il vero, all’inizio ho pensato fosse quel ragazzo che ti piace di cui parli sempre.’’
Dodger strinse gli occhi.
“Sei geloso di me?”, domandò, in un sussurro fin troppo vicino al suo orecchio. Alzó una mano tra loro due, allontanandosi di un passo.
Dodger non sembrava proprio volersi arrendere. "Senti, io lo so cosa vuole da me: sa che porto l'erba per i suoi amici, tutto qui.” E dopo aver ricevuto uno sguardo giudicante, proseguì: ‘’Abbiamo fumato insieme un paio di volte, e allora? È uno chill, simpatico, ma non ci ha mai provato con me neanche per sbaglio. Ma con te… Fidati, il modo in cui ti stava fissando era così gay da essere illegale in almeno dieci stati nel mondo.’’
"Te lo sei immaginato.’’
‘’Io una scopata me la farei, se fossi in te’’, alzò le mani.
Jacob non aveva energia per le cotte. Non aveva energia nemmeno per chiedersi se potesse essere attraente per uno come quello. Sembrava una fantasia ridicola, per uno come lui. Scosse la testa come per scacciare quei pensieri.
“Fattela tu una scopata”, replicò a voce fin troppo alta.
‘’Io penserei a stampare le scadenze se fossi in voi’’, intervenne Moirin, sussurrando alle loro spalle.
Jacob sobbalzò, coprendosi il viso con una mano. Sentì le guance bruciargli dall'imbarazzo. Dodger si lasciò scappare una risatina, a cui seguì lo sguardo fulminante della sua capa. Si mise in fretta a trovare qualcosa da fare.
Dopo appena cinque minuti, mentre svuotava la vetrina dai pasticcini avanzati e il suo collega lucidava la macchina del caffé, Jacob sussurrò: ‘’Non sai nemmeno se é etero, o che ne so.’’
Dodger dovette trattenersi dal fargli notare come stesse tornando sul discorso di sua spontanea volontà.
‘’Non lo è", rispose con una velocità preoccupante. Jacob gli lanciò un’altra occhiataccia. Alzò le mani. ‘’Me l’ha detto lui… quando abbiamo fumato. É out, lo sanno tutti.’’
Jacob roteò gli occhi, facendo una smorfia infastidita. ''Comunque non è il mio tipo.''
''E qual è il tuo tipo?’’, lo stuzzicò Dodger. ''Io?''
Jacob quasi si strozzò. ‘’No- cioè’’, odiava quanto fosse facile per lui andare nel panico. Inspirò, ricomponendosi. ‘’In realtá volevo dire che io non sono il suo tipo. Quindi ti sbagli, sicuramente.’’
‘Perché no? Sei carino e timidino. Secondo me ti stava studiando e non vede l’ora di rivederti.’’
Jacob deglutì. Il nodo allo stomaco si strinse a quel pensiero. Non voleva essere studiato proprio da nessuno. Cercò di spostare il discorso. ''Comunque non vendere erba a mia sorella,'' disse in fretta. ''Per favore.''
Lo sguardo di Dodger si addolcì. ''Tua sorella ha quattordici anni. Ho la mia etica anche io.''
Jacob decise di sparire in magazzino. Sembrò funzionare, perché Dodger fece un verso pensieroso e mollò la presa, iniziando a contare i soldi in cassa per prepararsi alla chiusura, mentre fischiettava.
***
Attraversarono il paesino sotto un ombrello troppo piccolo per due persone.
Ormai aveva capito che doveva abituarsi al maltempo, come doveva abituarsi ai cartelli scritti sia in inglese che in francese. Rainhill sembrava un acquerello appena spennellato: le tegole dei tetti brillavano come squame, le case e le vetrate illuminate si riflettevano ondeggianti sull’asfalto.
Quando aveva traslocato lì con la sua famiglia, un mese prima, gli era sembrato solo l’ennesimo posto che li avrebbe inghiottiti, masticati e risputati fuori. Si era ripromesso che non si sarebbe affezionato a niente e nessuno.
Jacob era stanco e in pochi potevano capirlo, perché non tutti si erano dovuti trasferire in una nuova città, e poi in nuovi paesi, più d'una volta prima di compiere diciotto anni, per la fatica di un genitore nel mantenere una vita funzionale e un lavoro stabile. Ogni trasloco aveva cicatrizzato ed ispessito quelle difficoltà che Jacob si era portato dietro fin dall'infanzia: non aveva un senso di appartenenza, non aveva niente di cui parlare, non sentiva più il bisogno di creare legami.
La casa di Jacob era un disastro di scatoloni aperti e mobili fuori posto, ma aveva smesso di scusarsi con Dodger. L'ingresso odorava di cartone, peli di gatto e caffè.
Dodger entrò dopo di lui, sfilandosi le scarpe vicino al portone. C'erano un paio di scarpe di troppo, una taglia piú grande della loro. Evan.
Lo aiutò a spostare degli scatoloni dalla cucina al piano di sopra, cercando di far parlare Jacob, di sciogliere quella tensione che lo impallidiva. Jacob ascoltava, rispondeva a monosillabi, ma la sua mente era in allerta: passando davanti allo studio, aveva notato che il pc era acceso, ma suo padre non era seduto alla scrivania. Qualcosa non andava.
Dov'era Evan?
‘’Non è in studio’’, sussurrò a un certo punto, divorato dai pensieri. Dopo qualche secondo Dodger sembrò leggere qualcosa nella sua espressione. Ormai, aveva capito come andavano le cose, in quella casa.
‘’Tuo padre? Stará rapendo un bambino per portarlo in una casa famiglia, no?’’ Jacob non fece nemmeno caso alla battuta. “Non fanno questo di solito gli assistenti sociali? Avrá ricevuto una chiamata urgente.”
No.
‘’No, non è a lavoro, c'è la sua auto, ci sono le chiavi’, disse tutto d'un fiato. Si stava agitando troppo.
Quel silenzio era sbagliato. Sfilò il telefono dalla tasca della felpa e se lo avvicinò all'orecchio dopo un paio di secondi, mentre saliva al piano di sopra per controllare la camera da letto del padre. Calció via uno scatolone che stava in mezzo al corridoio. Quando spalancó la porta trovò solo i suoi due gatti, Ginger e Paprika, che dormivano sulle coperte.
Dodger, che lo stava seguendo, si fermò a metà scala. "Sento qualcosa." Una vibrazione.
Jacob si guardò attorno.
‘’Credo di averlo trovato’’, sussurrò il suo amico, fissando la porta socchiusa del bagno in mezzo al corridoio.

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