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Bonded (ITA)

Capitolo 1 (p. 3)

Capitolo 1 (p. 3)

Jul 16, 2026

This content is intended for mature audiences for the following reasons.

  • •  Mental Health Topics
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‘’Credo di averlo trovato’’, sussurrò il suo amico, fissando la porta socchiusa del bagno in mezzo al corridoio. Appena Jacob lo raggiunse, intravide due piedi a terra e un telefono che vibrava sulle piastrelle del pavimento.

Si lanciò nella stanza e chiuse la porta dietro di sé, sbattendola. Non voleva che vedesse.

L'odore acido di vomito gli colpì la faccia come uno schiaffo. Evan era steso a terra, la guancia incollata alle piastrelle, un braccio piegato in un'angolazione grottesca. Il suo respiro era un rantolo lento. Aprí il rubinetto dell'acqua al massimo, sperando che il getto coprisse ogni rumore. Il suo respiro era fuori controllo e aveva paura di scoppiare a piangere da un momento all'altro. Si piegò a terra, per controllarlo da vicino e lo scosse un paio di volte.

"Vuoi che chiami un'ambulanza?" chiese Dodger da dietro la porta, la voce tesa.

"No", scattò Jacob, il panico che gli stringeva la gola. Pulì quel che riuscì con della carta igienica e tirò lo sciacquone. "No, lui... é solo la sua malattia. A volte sviene." Era tutto okay.

Dodger non insistette, restando in silenzio. Entrò poco dopo, senza chiedere il permesso. Jacob ebbe l'istinto di urlargli di uscire, di lanciargli qualcosa addosso, di…

Si guardarono e basta.

E senza dirsi nulla, si ritrovarono a cercare il modo migliore per sollevarlo. Evan era un uomo alto e robusto. Era pesante, sudato, gli altri e il collo completamente abbandonati e flaccidi. Le braccia di Jacob tremavano sotto quello sforzo familiare e umiliante. Jacob lo reggeva dalle ascelle, Dodger dalle gambe. Non avevano le forze per sollevarlo da terra, per cui si limitarono a trascinarlo nel corridoio, un po’ alla volta. Nel processo, Jacob urtò un mobile dietro di sé e ancor prima di accorgersene una cornice vuota era caduta da chissá dove, colpendo la fronte del padre. Il tonfo fece scappare i gatti al piano di sotto.


Una goccia di sangue gli scivolò sul viso e per un attimo mugugnò qualcosa, ma non si svegliò.

 

Dodger sibilò a denti stretti, nervosamente. Sospirando, Jacob andò a frugare in una scatola con scritto sopra ‘’bagno’’ con l’indelebile, mentre Dodger tamponava la ferita con della carta igienica recuperata vicino al gabinetto. Trovò un pacchetto di cerotti. Ne posizionarono due a X sopra il taglietto.

Gli occhi chiari di Dodger stavano cercando i suoi. "Starà bene," disse Jacob, fuggendo da quello sguardo impietosito. Si sentiva profondamente in imbarazzo.

Poi un rumore alla porta d'ingresso li fece trasalire. Si guardarono con gli occhi spalancati.

Kathleen. 

Prima ancora che potessero reagire, dall’ingresso che si affacciava sulle scale, la ragazzina vide Dodger. Si tolse le cuffiette, come se la aiutasse ad analizzare meglio la scena. Si scambiarono un saluto, poi alzò un sopracciglio quando Jacob si affacciò alle scale. "Aspetta, non- non toglierti le scarpe, visto che sei ancora vestita, mi butti delle scatole nei bidoni fuori?’’

Kathleen si guardò attorno, sospirando. Diede una carezza a Ginger, che si stava strusciando sui suoi stivaletti. ‘’Quali?’’

Jacob volò nella propria camera, urtando con la spalla la cornice della porta. Seguí un rumore caotico, camuffato da due colpi di tosse. Uscì con due scatololoni vuoti in mano, che lasciò rotolare giú dalle scale. 

‘’Queste. Grazie.’’

Kathleen lo guardò per due secondi, poi guardò Dodger e di nuovo Jacob. Aveva quattordici anni, due occhiaie coperte dal correttore e una frangetta corta tagliuzzata con le forbici da cucina.

Entrambi esibirono un sorriso forzato, le ginocchia che tremavano per lo sforzo di sembrare normali. Kathleen roteò gli occhi e uscì di casa, sbuffando, trascinandosi dietro quelle scatole alte la metà di lei.

Appena la porta si chiuse con un tonfo, i due si affrettarono a sollevare Evan e portarlo fino al letto con un ultimo grande sforzo. Jacob gli sfilò il maglione sporco di vomito, sentendo un peso in gola che minacciava di soffocarlo. Ti odio, pensó e si sentí in colpa quasi come se lo avesse detto ad alta voce.

Lanciò l’indumento nella lavatrice, insieme al tappeto del bagno e l'asciugamano, e si affrettò a sistemare e pulire il pavimento e il gabinetto come meglio poteva. Non era la prima volta che doveva pulire le secrezioni di suo padre, ma non riusciva, ne voleva, farci l’abitudine.

Senza che ci fosse bisogno di chiederglielo, Dodger chiuse piano la porta della camera del padre di Jacob e andó ad aspettarlo in camera.

Aprì di nuovo il rubinetto e lasciò scorrere l’acqua fredda sulle mani, strofinandole finché la pelle non si arrossò. Mentre guardava il sapone scivolare giù nello scarico, trattenne un singhiozzo. Si coprì la bocca con una mano e una lacrima gli bagnò le dita.

Inspirò forte dalle narici e fissò il proprio riflesso. 

Senza motivo, gli tornò in mente lo sguardo di Asa Raven. Ti stava studiando, aveva detto Dodger. Jacob chiuse l'acqua, cacciò via la lacrime e si asciugò le mani sui jeans. Espirò.

Un ragazzo così non aveva idea di cosa significasse avere una vita così, un padre malato. Storse il naso al pensiero che, probabilmente, se avesse saputo della sua situazione, non gli avrebbe mai rivolto la parola.

Eppure… no. Non poteva e non doveva permettersi di sperare di piacere a qualcuno. Si sentiva troppo sporco ed inutile per sperarci. Sporco e schifosamente inutile.

I pensieri tornarono a suo padre, che giaceva privo di sensi nella stanza accanto. Ogni tanto, riusciva a sentirlo russare nel silenzio.

Sospirò, scacciando via l'immagine degli occhi verdi, dei piercing, delle lentiggini sul viso di quel ragazzo. Non avevano importanza. Fanculo Asa Raven e fanculo la festa.

Quando uscì, incrociò Kathleen che saliva gli ultimi scalini. Lo squadrò dall'alto al basso e Jacob per un attimo ebbe paura di aver dimenticato qualcosa, come se Kathleen potesse leggergli addosso quello che era successo.

"Perché stavi pulendo il bagno?’’, lo interrogò.

‘’Colpa mia’’, Dodger si intromise, affacciandosi dalla porta. ‘’Dimentico sempre di essere intollerante al lattosio.’’

‘’Che schifo...’’, esclamò la ragazzina. Poi fissò Jacob con fare sospettoso. ’’Papá?’’

‘’Dorme.’’ Alle 18.30 di un venerdì sera. Non fare domande, ti prego.

Kathleen annuì e fece spallucce, accettando quella risposta. 

“Allora… tutto okay? Eri a lezione di francese?”

“Giá.” Si guardó i piedi. Aprí la bocca come per dire altro, invece si voltó, incamminandosi dal lato opposto del corridoio. Si chiuse nella propria cameretta, con il conforto delle sue cuffiette, seguita da Ginger e Paprika. Sospiró, sollevato dal fatto che non le interessasse indagare oltre.

Quando entrò nella propria camera, un vero macello di scatoloni, trovò Dodger dedito a sistemare dei libri nella libreria accanto al letto, apparentemente in ordine di colori. Ogni tanto si soffermava a leggere il retro di qualche copertina.

Jacob si chiuse la porta dietro, piano, appoggiandosi ad essa. Si lasció scivolare sul pavimento, circondato da scatole. Tra gli oggetti che aveva rovesciato a terra, intravide una foto incorniciata di Evan che lo teneva per mano al luna park. La giró verso terra.

Dodger si sedette a gambe incrociate vicino a lui, ma non troppo vicino.

‘’Ecco perché non voglio uscire. Che faccio, la lascio qui da sola con mio padre che non si regge in piedi e sviene sul cesso in pieno giorno?’’ Chissà a che ore è svenuto, si chiese.

E se invece di atterrare sul pavimento, avesse sbattuto la testa? Se si fosse fatto davvero male? E se fosse…?

Dodger non disse nulla e si mosse a disagio. Jacob lesse nei suoi occhi, che ora sembrava evitarlo, che c'era qualcosa che non stava dicendo. Si incupì.

“Mi dispiace”, aggiunse. “Scusami.”

“Di che ti scusi?”, sorrise. “Perché abbiamo soccorso tuo padre? Ho praticamente fatto da infermiere a mia madre per metà adolescenza.”

“E lei ora come sta?”, chiese. ‘’Se posso sapere.”

Dodger annuí. “Oh, bene. Non ha piú avuto tumori, è in remissione, credo si dica cosí. Che io sappia, almeno. Non… mi parla piú.” Strinse le labbra, grattandosi l'anellino che portava alla narice.

“Mi dispiace… molto.” Avrebbe voluto chiedere di piú, ma non sembrava troppo in vena di parlarne. Dodger viveva con la zia, che da quel che aveva capito, era la gemella della madre. Ma non sapeva molto altro.

“Era per dire che… so che non é facile vedere un genitore stare male, qualunque sia la causa.”

Presero entrambi un lungo respiro. 

“Come fa a … lavorare? Quando lavora lui non…?” Dodger sembrava in difficoltà nel trovare le parole giuste.

“Beh… in qualche modo, se la cava. Ma ha perso il lavoro un paio di volte.”

Cercava di non farsi molte domande; il lavoro di Evan era un miscuglio di scartoffie, telefonate, turni lunghi fino a notte tarda e una stanchezza che sembrava avergli invecchiato il viso anno dopo anno. 

A Rainhill aveva trovato un impiego in un’associazione di “recupero e reinserimento sociale".

In parole povere, lavorava con adulti in difficoltà.

L’ironia non sfuggiva a Jacob. Gli restava incastrata in fondo alla gola come qualcosa di amaro che non poteva deglutire. Perché suo padre “aiutava le persone”, ma non si accorgeva di quello che succedeva in casa sua da anni, ormai. Di quello che lui stesso causava.

Jacob ripeteva a se stesso che non era colpa di Evan, con lo stesso tono paziente con cui spiegava agli estranei che la colpa era della sua malattia. Una malattia cronica. Complicata. Invisibile per chi non aveva a che fare ogni giorno con quel male che rendeva suo padre smemorato, annebbiato, a volte instabile o irritabile. Sebbene riuscisse ad essere abbastanza funzionale fuori dalla loro abitazione - e Jacob faticava a spiegarsi come - certe giornate erano devastanti, inconcludenti.


È tutto a posto. A volte sviene. Non lo fa apposta.

Ormai era come un copione da recitare. 


Dodger lo studiò per un secondo, e Jacob ebbe il presentimento sgradevole che stesse scegliendo con attenzione che parole usare. Lo vide stringersi nelle proprie spalle.

‘’Kath non sará… proprio, a casa, stasera’’, confessó Dodger, lentamente, cambiando discorso. 

Jacob si irrigidì. ‘’Come?’, e dopo due secondi, realizzò. Strinse gli occhi, espirando. ‘’Fai sul serio?’’

‘’Credevo che lo sapessi.’’

‘’Perché, tu da quanto lo sai?’’ domandò, aggressivamente, lasciandosi scappare una risata nervosa.

Dodger tirò fuori il telefono e gli mostrò la chat con sua sorella. I messaggi risalivano al giorno prima.


Kath: Voi venite alla festa?


Dodger: Io sì, ma Jacob non credo


Kath: Figurati


Figurati.

Jacob si alzò dal pavimento, afferrando la maniglia, ma Dodger lo tiró dai jeans.

‘’Ha quattordici anni. Se le dici che non può andare, prima ti odierá. E poi ci andrá lo stesso.’’

‘’Non è una festa adatta alla sua età.’’

‘’Probabilmente ci vanno tutti i suoi amici. Cerca di ambientarsi in un posto nuovo…"

Stava odiando il fatto che Dodger la stesse giustificando e non capisse. “E poi… puoi biasimarla se vuole stare fuori da questa casa?”

Sembrò pentirsi subito di averlo chiesto, per lo sguardo che ricevette.

Oh. Jacob decise di ignorare quell’ultima parte perché lo fece sentire cosí… umiliato. 

‘’Tutti i suoi amici, chi?’’ Scosse la testa, premendo le dita sulla fronte. ‘’Non sapevo frequentasse gente piú grande, o gente che va alle feste, non so con chi esce. Non sapevo neanche che vi sentiste.’’

“Noi non… ci sentiamo, voleva solo che ti convincessi a venire alla festa.”

Iniziò ad andare avanti e indietro per la stanza, quasi inciampando sul caos che lui stesso aveva rovesciato sul pavimento prima.

“E perché mai?”

“Non so, forse la preoccupa che esci poco.”

Scoppio a ridere.

Il mondo gli crollò addosso, si sentiva impazzire. Kathleen. A una festa, di notte, con gente ventenne e alcool. Lo stesso giorno in cui aveva trovato Evan svenuto e ricoperto di vomito. Se le fosse successo qualcosa... la colpa sarebbe stata sua. Solo sua. Il peso di quella responsabilità gli schiacciò il petto.

Era già successo? Era già sgattaiolata a qualche serata senza che nemmeno lo sapesse?

Non voleva fermarla e dirle che non poteva andare ed era così arrabbiato perché non sarebbe dovuto essere un compito suo spiegarle che non era una buona idea andare a una festa per maggiorenni. Non era compito suo!

"Non posso lasciarla lì da sola," sussurrò Jacob, la voce rotta.

Dodger annuì e cercò di rassicurarlo: "La terrò d’occhio io, Bod, non preoccuparti."

‘’No.’’

Lasciò la stanza. Facendosi spazio tra gli scatoloni, andò a bussare alla porta di Kathleen, insistemente.

Lei aprì, con una cuffietta nell'orecchio e l’altra in mano. La classica espressione stampata in faccia di quando stava per mandarlo a quel paese.

‘’Hai un passaggio per stasera?", domandò.

‘’Eh?’’

‘’Ti porta qualcuno a quella festa del cazzo?’’, insistette.

‘’La mia migliore amica, Tania.’’ Non aveva idea di chi fosse.

"Dille di non passare a prenderti’.’’ Kathleen stava giá gonfiando petto, pronta a ribattere, quando Jacob la interruppe: ‘’Ti portiamo noi.’’

‘’Oh.’’ Si passò le dita tra i capelli lisci, fingendo nonchalance. Neanche Dodger sembrò crederci.

Jacob non voleva andare a una festa. Non voleva uscire. Il solo pensiero di trovarsi tra la folla lo terrorizzava. Ma l'idea che potesse succedere qualcosa a sua sorella era molto piú angosciante.

‘’Okay. Tanto ci sarei andata comunque.’’ Roteó gli occhi. Quando finirá questa fase?

Sentí Dodger soffiare una risata dall’altra parte del corridoio.

‘’Alle 21.00 voglio essere lì. E resto a dormire dalla mia amica’’, si impose. Jacob annuì, sforzandosi di essere accondiscendente. ‘’E non fatevi vedere con me. Sfigati.’’

Kathleen fece il verso di un conato come se il solo essere associata ai due la disgustasse.

‘’Adesso non esagerare, stronza’’, la riprese e tornò indietro. Si stava giá pentendo. 

Non poté vedere come l'espressione di Kathleen cambiò in un sorrisetto soddisfatto appena le diede le spalle. La ragazzina si chiuse di nuovo in camera, tirando fuori il telefono. Si morse il labbro inferiore e digitó velocemente un messaggio.



Kath: Stasera ci sará.


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