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Bonded (ITA)

2. Stai lontano da lui (parte 2)

2. Stai lontano da lui (parte 2)

Aug 20, 2026



Quel semplice contatto visivo e la vicinanza improvvisa di Revie mandarono il cervello di Jacob completamente in corto circuito. L'odore del suo profumo - speziato e costoso - coprì per un istante il tanfo di alcol del locale.

Jacob balbettò un saluto sconnesso. "Oh, ciao, io- già."

Sospirò, incapace di formulare una frase di senso compiuto. Dodger si intromise, per evitare imbarazzo: "Hey Revie, dì ai tuoi amici che ho da condividere. Top quality."

Revie rivolse a Dodger uno strano cenno d'intesa e si incamminò nuovamente verso i suoi conoscenti, come se avesse intuito che Jacob avesse bisogno di spazio. 

"Faccio girare la voce", sorrise. "Vi lascio ambientare."

"Grande", esclamò`Dodger. "Ci becchiamo." Il suo sorriso scemò vedendo il pallore di Jacob.

Jacob non si sentiva bene. Le pareti sembrarono stringersi di colpo, le luci diventarono lame accecanti e il respiro gli si bloccò in gola come un nodo. C’erano troppe persone, non stava più respirando.

Dodger gli afferrò la mano con decisione e gentilezza allo stesso tempo, percependo al volo cosa stava succedendo.

Quella stretta, tuttavia, non sfuggì ai due occhi verdi che li stavano seguendo discretamente da quando erano varcati la soglia. Asa da lontano fissò le dita di Dodger intrecciate a quelle di Jacob, registrando quel gesto con una freddezza calcolata prima di distogliere lo sguardo.

Dodger condusse Jacob fuori dal flusso di persone, facendosi strada fino al bagno in fondo al corridoio. Lo spinse dentro, lasciando indietro il boato del locale. Si chiusero in una toilet.

"Inspira, Bod. Espira" disse Dodger, posandogli le mani sulle spalle come per tenerlo ancorato a terra.

"Io… io non dovevo venire" ansimò Jacob. Voleva appoggiarsi da qualche parte, ma l’idea di essere in un bagno pubblico lo stordiva e gli ricordava le condizioni in cui aveva trovato suo padre davanti al gabinetto poche ore prima.  "Quello non ci prova con me, Dodger. Deve essere una scommessa. Uno come lui… perché uno come Revie dovrebbe invitare me? Mi stanno prendendo in giro. È una trappola. Kathleen c’entra qualcosa, è tutto uno scherzo."

"Guardami", lo interruppe Dodger con fermezza, alzandogli il mento con dolcezza, ma lui continuò a evitare i suoi occhi. "Asa Raven è un tipo particolare, d'accordo, ma non è un bulletto delle superiori. Ti ha guardato per tutto il tempo da Moirin come se fossi l'unica cosa interessante in questo intero paesino di merda. Sei carino, sei intelligente, anche se sei un disastro di ansia. Accetta il fatto che potresti piacere a qualcuno, ti assicuro che non è neanche lontanamente irrealistico come pensi te."

Jacob annuì, ma non era per niente convinto. Voleva solo che quella conversazione finisse.

“Pensi che mio padre stia bene?”, chiese, sviando l’argomento.

“Quando torneremo a casa, starà ancora dormendo. Dormirà fino a domattina.” Sembrava convintə  delle proprie parole.

Ci vollero altri due minuti prima che riuscisse a calmarsi ed uscire dalla toilette. Nello spazio comune del bagno, incrociarono Kathleen, che aspettava in fila per usare il bagno delle donne.

Lei li guardò dall'alto al basso con un sopracciglio alzato.

"Quando ho detto prendetevi una stanza, non intendevo questo." Dodger le diede una piccola spinta.

Jacob si sciacquò le mani con l'acqua fredda del rubinetto, decidendo di ignorare deliberatamente la presenza di sua sorella. Oltre la porta, un giro di applausi e fischi accolse l’inizio del piccolo concerto amatoriale. Kathleen borbottò qualcosa sul fatto che si stava perdendo la prima canzone perché si stava pisciando addosso.

Usciti dal bagno, si lasciò guidare verso la zona posteriore del pub, che Dodger gli promise essere meno rumorosa. Nel brevissimo tragitto attorno al lungo bancone, un ragazzo fermò Dodger per domandargli quanto chiedeva per uno spinello, un breve scambio di parole che Jacob smise subito di ascoltare. Si distrasse cercando attorno la presenza di Revie. Non lo trovò.

Poi continuò a seguire Dodger, che gli faceva strada tra i tavoli di legno scuro con la solita disinvoltura. Quando all'improvviso si bloccò di nuovo a metà passo, Jacob per poco non gli inciampò addosso. 

"Oh", lo sentì mormorare. Ci mise un secondo a capire in che direzione guardava. A pochi metri da loro, in piedi davanti al bancone, un ragazzo conversava con una coetanea.

Aveva la pelle scura, capelli ricci e una felpa colorata con le maniche arrotolate fino ai gomiti, che lasciavano in mostra le braccia atletiche. Si girava una birra in bottiglia tra le mani, ridendo.

Philip.

Lo riconobbe dalle foto che Dodger gli aveva fatto vedere le prime volte che gli aveva parlato di lui, il ragazzo per cui aveva una cotta storica.

Dodger si passò rapidamente una mano tra i capelli e si sistemò la giacca di jeans. Per un solo istante sembrò il ritratto perfetto dell'insicurezza, prima di rivestirsi della sua solita maschera di carisma. 

Si avvicinò e Jacob lo seguì come se fosse legato a lui da un campo magnetico. Quando Philip girò lo sguardo e incrociò gli occhi di Dodger, un sorriso sincero gli illuminò il viso.

"Dodger! Ehi" esclamò il ragazzo, dimenticandosi della birra sul tavolo per far spazio. "Come va? Non sapevo venissi stasera."

"Scherzi? Mi perdo una serata piena di figli di papà che mi comprano l’erba?" replicò Dodger, sfoderando il suo sorriso migliore e appoggiandosi al bancone con il gomito. "Comunque, lui è Jacob, il mio migliore amico."

Jacob, preso alla sprovvista, alzò la mano in un saluto. Si presentarono brevemente.

Jacob non poté dargli torto, il pub era decisamente più vivibile, lontani dal palco. Il retro del pub non solo era meno rumoroso, perfino le luci sembravano meno intense.

Sì, lì forse poteva sopravvivere alla serata.

Philip li invitò a sedersi al suo tavolo e ordinò un drink per entrambi. Jacob non fece in tempo a rifiutare che si ritrovò in mano un mojito. Okay, un drink non fa del male a nessuno, pensò.

I due si accomodarono nel divanetto di fronte a Philip e quella che Jacob scoprì essere la sua sorella gemella, che in realtà non gli assomigliava granché. Erano entrambi espansivi. La vicinanza con Philip faceva uno strano effetto a Dodger: le sue gambe si muovevano leggermente sotto il tavolo e le sue mani cercavano continuamente qualcosa da toccare, che fosse la giacca di jeans o il bordo del bicchiere. Per Jacob era strano e quasi tenero vedere il suo amico - di solito così sicuro di sé e provocatorio - cercare accuratamente le parole giuste per non sembrare troppo entusiasta. 

Mentre i tre continuavano a parlare, infilando nella conversazione ricordi delle scuole medie e battute, Jacob si concesse in silenzio il suo cocktail frizzante e alcolico. L'alcol gli bruciava piacevolmente in gola, depositandosi nello stomaco, lasciando una strana sensazione confortante e calorosa.

Nel giro di dieci minuti, la sensazione di soffocamento che lo aveva aggredito poco prima iniziò a sfumare. Il brusio del pub divenne un sottofondo ovattato e le spalle di Jacob si rilassarono finalmente contro lo schienale di pelle. Vedere Dodger così felice gli regalava una sensazione di normalità di cui aveva un disperato bisogno.

Non gli importava minimamente di non essere particolarmente coinvolto nel dialogo, a lui piaceva ascoltare, interveniva solo con qualche commento qua e là.

A un certo punto Dodger gli lanciò un'occhiata rapida e complice, un sorriso che diceva: Grazie di essere qui con me. Jacob gli rispose con un piccolo cenno del capo, mentre giocava con la cannuccia girando il ghiaccio nel bicchiere. Per un momento, al riparo in quel piccolo angolo del locale, la serata sembrava essere andata nella direzione giusta. Anche se non riusciva ad evitare di controllare lo schermo del telefono ogni cinque minuti, temendo che Evan lo chiamasse, o ancora peggio, un numero di emergenza.

Quando si sentì leggermente brillo e avvertì la bocca asciutta, Jacob fece per alzarsi dal divanetto.

"Ehi, vuoi che venga con te?" gli chiese Dodger, interrompendo la conversazione con Philip.

"No, posso fare due metri senza panicare. Credo" tentò di scherzare Jacob. "Prendo un altro drink. Voi volete qualcosa?"

"No, a posto così, grazie" sorrise Dodger e gli altri confermarono.

Jacob si fece strada verso il bancone, rendendosi conto di avere un equilibrio traballante. Il legno scuro era illuminato da una striscia di led rossi attaccati al soffitto sopra gli scaffali pieni di drink e bicchieri. Dietro le birre a spina c'era lo stesso ragazzo alto dai capelli biondi che prima aveva scaraventato un cliente sul marciapiede. Sulla targhetta appuntata sul grembiule verde scuro Jacob lesse casualmente il suo nome: Bastian. Aveva i capelli raccolti alla nuca e Jacob si chiese quanto fossero lunghi sciolti. Serviva alti bicchieri di birra con gesti rapidi, calcolati, ma i suoi occhi continuavano a setacciare la sala con diffidenza. Sembrava teso.

Jacob si appoggiò contro uno sgabello vuoto, indeciso se sedersi, aspettando che il barista si liberasse.

"Posso offrirtelo io?"

Jacob sobbalzò, voltandosi di scatto. Asa era comparso esattamente al suo fianco, avvolto dal suo profumo inebriante. 

"A me?" mormorò Jacob.

"A chi se no?" sorrise Revie, sporgendosi leggermente, arricciandosi una ciocca tra le dita.

"Io… non lo so", alzò le spalle Jacob. L'alcol gli toglieva buona parte dei freni inibitori. Revie non sembrò turbato da quel mezzo rifiuto, mostrò un sorriso tirato. Jacob lo fissò dritto negli occhi e, prima di potersi fermare, la domanda gli sfuggì: "Mi stai offrendo da bere per una scommessa?"

Revie ridacchiò, un suono basso, vellutato. Non si scompose di un millimetro. "Scommessa?" ripeté, inclinando la testa. "Nessuna scommessa, piccolino. Ti ho messo a disagio?"

"No, io… è solo che non capisco." Revie sembrò riflettere sulle sue parole.

"Questa non è la tua comfort zone, vero?", cambiò argomento. "Le feste."

Jacob si lasciò scappare una risata. Si concesse di sedersi sullo sgabello dietro di lui e Revie lo imitò, con una delicatezza che rendeva solo più evidente quanto invece lui fosse impacciato in ogni movimento. "Sei vede così tanto?"

"Sei facile da leggere."

"Grazie?" borbottò Jacob. Cosa doveva essere, un complimento? 

“Ti dirò un segreto: neanche a me piace stare in mezzo alle folle" confidò Revie, curvandosi un po’ verso di lui. Jacob notò quanto fossero vicini.

"A te?" sbottò Jacob, incredulo. "Non ci credo. Sembri nato per stare al centro dell'attenzione."

"Mi adatto facilmente alle aspettative altrui" spiegò Revie, accarezzando con la punta delle dita il bordo del bancone. "Ma credimi, questo casino, la musica alta, tutti questi odori… tornerò a casa con un gran mal di testa." 

"Allora che ci fai qui?", chiese Jacob, genuinamente.

"Potrei chiederti la stessa cosa" sorrise Revie, fissandolo con un'intensità che fece tremare le gambe a Jacob. Si accarezzò le ginocchia. "Ma sai cosa penso? Che ne è valsa la pena, solo per vederti di nuovo."

Jacob ridacchiò, sentendo le guance scaldarsi. Aprì la bocca per rispondere, ma una voce fredda li interruppe: "Cosa vi porto?"

Bastian era davanti a loro, le spalle tese e lo sguardo piantato su Revie. Era davvero alto.

"Per me il solito", ordinò Revie senza scomporsi. 

Poi il barista posò gli occhi su Jacob, che esitò per un secondo, come se improvvisamente non si ricordasse più come spingere le parole fuori. "Posso chiedere un altro di questo?" chiese, dondolando il bicchiere che teneva in mano.

"Un altro bicchiere vuoto?" replicò Bastian, glaciale.

Jacob rise per l'imbarazzo, ma si zittì immediatamente quando lo sguardo del barista lo fulminò con una severità inaspettata. Non era una battuta…?

"Un… mojito", corresse Jacob sottovoce.

"Non ti preoccupare, fa così con tutti" lo rassicurò Revie sussurrando, appena il barista si allontanò per riempire due bicchieri da cocktail con del ghiaccio. 

"Sono dieci euro" disse Bastian, dando le spalle ad entrambi. Poi squadrò Revie mentre tirava fuori una banconota: "Devi andare in cassa dalla mia collega in fondo."

"Oh, andiamo…" borbottò Revie, lasciandosi sfuggire a bassa voce quella che suonò quasi come un'imprecazione in francese. Saltò giù dallo sgabello e si voltò verso Jacob con un sorriso dolce: "Torno subito, Jacob."

La cassa principale aveva una piccola fila da smaltire. Jacob rimase solo al bancone, appoggiandosi al legno con i gomiti. Si passò una mano tra i capelli. Cercò con lo sguardo Dodger dietro di lui e, quando lo trovò, l'amico gli alzò un pollice sorridendo calorosamente. Sembrava aver visto la scena. Gli mormorò qualcosa a distanza, ma le parole vennero completamente inghiottite dal volume della musica e la distanza tra loro.

"Quella è la tua sorellina, vero?"

La voce improvvisa di Bastian attirò di nuovo l'attenzione di Jacob. Si girò verso il barista, confuso. Bastian stava seguendo con gli occhi Kathleen, che stava ridendo sguaiatamente insieme alla sua amica Tania mentre attraversavano la sala. 

"Ci conosciamo?" chiese Jacob, insospettito. Come faceva a saperlo?

Bastian si sporse leggermente sul bancone, abbassando il tono di voce: "A Rainhill le ragazzine che girano da sole non sono al sicuro. Qualcuno le rapisce. Ne sono sparite una decina negli ultimi anni. Devi tenerla d’occhio."

"Io… non ho mai sentito parlare di rapimenti" rispose Jacob, avvertendo un brivido gelido lungo la schiena. Quel barista lo stava angosciando. 

"È successo…" insistette Bastian. Poi, spingendo il drink verso di lui, sibilò: "Non fargli vedere questo."

Jacob notò un pezzo di carta ripiegato, infilato di nascosto proprio sotto il suo bicchiere. Lanciò un'occhiata nervosa verso Revie, che sembrava ancora assorbito in una conversazione con la cassiera in fondo alla sala. Cazzo, torna qui.

Non resistendo alla curiosità, Jacob sfilò il foglietto e lo aprì di nascosto sotto il bordo del bancone. Era il retro di un vecchio scontrino scolorito. C'era scritta una sola frase, tracciata a penna con una grafia svelta e nervosa, ma precisa:


Stai lontano da lui.


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