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ICHIGO ICHIE いちごいちえ

Una notte da dimenticare

Una notte da dimenticare

Jun 29, 2017

Quando sento il canto delle cicale capisco che finalmente è arrivata l’estate.

Non è la mia stagione preferita, perché non sopporto il caldo soffocante e afoso. Ma mi piace perdere tempo nelle sere estive guardando il cielo e cercando di intravedere qualche stella. La notte è sicuramente l’unico momento in cui si può assaporare una brezza fresca in un clima perennemente caldo e il suono delle cicale sono l’unica cosa che mi fa compagnia. Io, le cicale e l’estate.

Si, anche quella sera ero da solo e in loro compagnia; indossavo il mio solito kimono per il Tanabata. Mi ero avventurato nel bosco e avevo raggiunto il punto più alto di quella che mi sembrava una piccola collinetta che emergeva a pochi metri dalla fiera. Ci andavo ogni anno.

Cercai di arrivare nel punto dove mi fermavo e ammiravo i soliti fuochi d’artificio. Quella volta però tardai ad arrivare e potei sentire i fuochi esplodere nel cielo in tanti colori diversi. Disegni meravigliosi. Forme di cui nemmeno conoscevo il nome e che riuscivo a vedere a causa degli alberi. Così cominciai a correre per affrettarmi e finalmente uscii dal boschetto.

Ciò che vi trovai mi stupì così tanto da farmi dimenticare completamente dei fuochi d’artificio e del cielo stellato che si estendeva davanti ai miei occhi.

Steso a terra c’era una persona, che proprio come me indossava un kimono a tinta unica scura. Indossava una di quelle maschere che si vendono al festival. Le braccia erano rilassate e abbracciavano l’erba.

I fuochi d’artificio davano alla sua figura tonalità differenti, dal rosa al verde. Ma potei capire subito che si trattava di un bambino, magari della mia età. In quel momento pensai che fosse meglio tornare indietro dai miei genitori ma il bambino mascherato si sollevò e si mise a sedere, «Ti piacciono i fuochi?», mi domandò con voce squittante.

Vederlo di spalle mi diede modo di notare i suoi capelli chiari e il fiocco che gli teneva su la maschera a forma di animale mistico. «Non avere paura. Non sono uno spirito dei boschi», continuò.

I fuochi intanto proseguivano sempre più numerosi e dalle forme più strambe. Lo spettacolo era stupendo così mi feci coraggio e mi affiancai a lui in silenzio sedendomi a terra.

«Questo è sicuramente il posto migliore per guardare i fuochi d‘artificio non trovi?», si voltò a guardarmi e l’unica cosa che notai furono le sue iridi di un colore simile alle foglie degli alberi, forse persino più chiaro. Non riuscii a capirlo con certezza, era troppo buio.

Annuii, «Si è davvero un bel posto».

Il bambino si alzò in piedi e fece qualche passo in avanti. Allargò le braccia e il vento cominciò a soffiare più forte facendo muovere come onde il suo bel kimono blu. Non avevo mai visto un kimono di quel colore, di solito si scegliavano sempre colori vivaci invece il suo era cupo.

Vedendolo in quel modo sembrava diventare tutt’uno con il cielo notturno. «Dovresti provare», disse guardandomi, «sembra proprio di volare in questo modo».

Io intanto ammiravo la sua figura perdersi nella notte estiva circondato dai bagliori colorati dei fuochi d’artificio. Se fino a quel momento avevo pensato che lo spettacolo più bello fosse semplicemente il cielo dipinto di stelle e dai fuochi, quella notte mi rimangiai tutto. Poteva esserci altro, qualcosa di ancora più bello. «Dai vieni qui anche tu!», me lo trovai davanti e mi afferrò la mano costringendomi ad alzarmi. Mi trascino sull’orlo di quella sporgenza, e continuò a tenermi la mano. Mi parve di toccare il ghiaccio. «Apri le braccia e guarda il cielo, lasciati cullare dal vento e dal suono dei fuochi», mi disse.

Feci come mi aveva detto. Alzai la testa al cielo e mi persi nel firmamento mentre il vento mi scompigliava i capelli facendomi quasi volare. Mi parve di poter spiccare il volo da un momento all’altro. L’unica cosa che mi teneva a terra era la mano del bambino accanto a me.

Quando tornai sulla terra mi voltai a guardarlo e lui stava facendo lo stesso, «Dovremmo farlo ogni anno non ti pare?», mi domandò e mi sembrò che stesse sorridendo sotto la maschera. Le sue iridi verdi mi fissavano e notai una strana luce in quegli occhi. «Haru ora devi andare».

Lo guardai sgranando gli occhi, «Come hai detto?»

«Farai tardi a scuola se non vai», continuò.

«Aspetta come conosci il mio nome?», lasciò andare la mia mano e lo vidi allontanarsi. «Aspetta! Mostrami almeno il tuo volto!», cercai di raggiungerlo e mi resi conto di essere io quello che si stava lentamente allontanando mente lui rimaneva lassù a guardare i fuochi d’artificio. «No!», fu l’ultima cosa che dissi prima di schiantarmi a terra. Quando aprii gli occhi mi sentii confuso, ma non ci impiegai molto a capire che ero caduto dal mio letto. Mi sollevai a sedere toccandomi la testa, mi strofinai gli occhi e mi maledissi, «Non è possibile..».

Cercai di riprendermi, riflettendo sulla stessa cosa per tutto il tempo. Ancora scosso andai di sotto a fare colazione. La testa mi faceva male ma cercai di non pensarci.

In cucina trovai Mari già seduta intenta a mangiare la propria colazione e mia madre indaffarata che preparava la mia colazione, «Buon giorno..», cercai di dire ma mi sentivo a pezzi.

«Sei caduto dal letto anche oggi eh?», ridacchiò mia sorella col boccone in bocca. Le lanciai un’occhiataccia ma lei fece finta di nulla. «Ah e fammi indovinare hai sognato ancora una volta il ragazzo mascherato», agitò le bacchette davanti ai miei occhi, «questa volta ti ha mostrato il viso?» Rise.

«Mari!», la fermò mia madre Sayuki servendomi la colazione.

Guardai il riso e il pesce, «Quel sogno mi sta lentamente uccidendo..»

«Sempre lo stesso?», mi domandò Sayuki.

«Lo stesso di ogni notte, mamma!», chissà perché avevo urlato. «Non capisco. Sono passati anni da quella notte eppure ricordo tutto nei minimi particolari».

Mari poggiò il viso su una mano e mi fissò, «Quel bambino doveva essere un vero schianto per averti segnato così tanto».

«Come?»

«Da come l‘hai descritto intendo. Capelli neri, occhi come l‘acqua. Doveva essere una vera bellezza.. Peccato che tu non sia riuscito a vedere il suo viso me l’avresti potuto presentare», ci rise ancora su.

«Piantala idiota!»

«Il trauma è ancora vivo accidenti», osservò mia madre, «forse dovremmo tornare dalla signora Fujimori e farci dare un altro parere non è normale sognare sempre la stessa cosa».

«Mamma io sto bene», le dissi sorridendo.

«Affatto!», chiarì Mari, «Non voglio che i miei amici sappiano che ho un fratello pazzo quindi vai da quella strizza cervelli e trova una cura al tuo problema!», concluse e se ne andò.

Rimasi in silenzio e mia madre portò via il piatto vuoto di Mari, «Mamma, pensi anche tu che io sia pazzo?»

Sayuki mollò ciò che stava facendo e mi venne vicino accarezzandomi la testa, «Haru non dire mai più una cosa del genere. Ciò che ti è successo ti ha traumatizzato è assolutamente normale ma ti prego cerca di non pensarci più, devi dimenticare quei giorni».

Ciò che non sapeva e che non volevo dimenticare. Soprattutto non volevo lasciare andare il ricordo di quel bambino. Non le avevo mai detto che il mio sogno si fermava ancor prima di cadere nel vuoto. Si fermava appena il bambino mi guardava negli occhi. Ma come facevo a dirglielo? Mi avrebbe giudicato pazzo se avesse saputo la verità e cioè che ero completamente innamorato di quel bambino mascherato.

Finii la colazione e ultimai i preparativi della divisa per il primo giorno di scuola. Quando uscii di casa e vidi i ciliegi lungo il marciapiede pensai che fosse la primavera la stagione perfetta. Non era calda e guardare quello spettacolo era molto meglio che vedere un cielo stellato. Eppure nel mio cuore sentivo di provare qualcosa solo per quella stagione.

Da quel giorno erano trascorsi anni, precisamente cinque, ormai ero diventato un ragazzo di sedici anni e tutte le volte che una ragazza aveva tentato di dichiararsi avevo subito messo le cose in chiaro: «Mi dispiace ma sono già innamorato di un‘altra persona. Spero tu possa capire», era sempre questa la mia risposta.

Il cellulare cominciò a squillare, sul display lessi il nome Kazu e sospirai, «Ehi dove sei?», dissi subito senza convenevoli inutili.

«Quanta freddezza! Comunque sono già in stazione sbrigati a venire, siamo già tutti qui».

Risposi che avrei fatto il prima possibile e riattaccai. Il primo giorno di scuola era sempre così. Tutti arrivavano puntuali e poi i giorni dopo le cose precipitavano.

Arrivai in ritardo al punto di incontro e come potei vedere c’era già folla.

Li vidi tutti insieme in un angolo della stazione che si guardavano in intorno cercandomi. Che personaggi, pensai. Erano i miei amici d’infanzia. Kazu, il ragazzo che mi aveva chiamato era molto più alto di me di almeno dieci centimetri. A scuola lo chiamavano bestione perché era enorme. Capelli corti scuri, occhi a mandorla color pece e uno sguardo da cucciolo smarrito. Poteva incutere terrore a prima vista ma era tutta scena. E poi c’era Rei, il mio amico occhialuto, capelli disordinati castani e gli occhi grigio chiaro. Un timidone se paragonato a Kazu.

«Ehi alla buon ora!», finalmente Kazu mi notò e mi salutò con un cenno di mano.

Li raggiunsi finalmente, «Ehilà ragazzi. Non lamentarti bestione, a quanto pare non sono l‘ultimo».

Rei mi sorrise e mi diede una pacca sulla spalla. «Hikaru ci raggiungerà a scuola», aggiunse Kazu.

Forse non vi ho parlato di Hikaru. Quest’ultimo non è altro che il fratello gemello di Kazu e posso dirvi da subito che non si somigliano affatto. Hikaru era ciò che definivamo un essere anormale. Solare, divertente, capelli castano chiaro e occhi neri come il fratello. Era una vera bellezza, l’esatto opposto di Kazu.

A scuola nessuno faceva a meno di fermarsi per fissarlo con la bava alla bocca, tutti, compresi uomini e donne. Vi sembrerà un esagerazione ma era così. «Scusa Kazu ma non abitate nella stessa casa?», domandò incuriosito Rei.

«Ultimamente frequenta un tipo e dorme spesso fuori. Che devo dirvi, ho un fratello strano», rispose seccato Kazu guardandomi.

«Che c‘è?»

Con la sua enorme mano mi toccò una ciocca di capelli, «Stai bene? Non hai una bella cera».

Mi allontanai immediatamente, «Sto benissimo. Andiamo o perderemo il treno», tagliai corto avviandomi verso la banchina. Perché tutti mi chiedevano la stessa cosa? Cosa aveva di strano la mia faccia?

Durante l’attesa potei riflettermi per un secondo nella vetrina della sala controllo. Capelli castano-rossicci ondulati, occhi color ambra e due profonde occhiaie viola che ne marcavano il contorno. Si, ecco perché tutti mi chiedevano se stessi bene, avevo un aspetto terribile.

Prendemmo il treno delle 8:30, era quello più affollato e facemmo il viaggio schiacciati come delle sardine. Odiavo la puzza di quel mezzo e soprattutto i maniaci che ogni volta cercavano di toccarmi. Ma per fortuna Kazu mi faceva da guardia del corpo e li metteva a posto per me. Era utile alle volte.

«Quest‘anno spero che qualche ragazza mi noti», disse Rei mentre percorrevano la stradina alle spalle della scuola, «non voglio essere uno sfigato anche quest‘anno».

«Non puoi cambiare la realtà», disse maliziosamente Kazu e scoppiammo a ridere.

«Si molto divertente.. davvero!»

Passai il mio braccio intorno al suo collo, «Dai che quest‘anno qualcuna te la darà!»

«Ehi Haru non dire certe cose se prima dovresti farle tu stesso», aggiunse Kazu.

«A proposito!», si scosse Rei sistemandosi gli occhiali sul naso, «Haru come va? Fai ancora quel sogno strano la notte?», mi domandò curioso.

Quando me lo domandò mi rabbuiai di colpo e cominciai a camminare più velocemente, «Non ne voglio parlare ragazzi», dissi semplicemente.

«E‘ normale che un ragazzo faccia sempre lo stesso sogno per cinque anni di fila?», chiese Kazu a Rei.

«Ci deve essere qualcos‘altro legato a quel giorno. Per questo sogna continuamente la stessa cosa. Chissà qualche particolare che vuole venire a galla ma non riesce.. Chi può saperlo».

Mi fermai di colpo e mi girai verso Rei, «O forse sono semplicemente pazzo».

«Era la mia altra ipotesi», sorrise.

Kazu sbuffò annoiato per la conversazione, «Basta così! Non voglio più sentire parlare di notti estive, bambini mascherati e burroni.. Quest‘anno andrà meglio, fidati», mi disse.

Lo speravo davvero. Fu in quel momento che passai davanti ad un vicoletto e non feci in tempo a rendermi conto di ciò che vi era dentro. Sentii Kazu urlare il nome di Hikaru. Finalmente misi a fuoco la scena, era proprio il nostro amico schiacciato contro la parete del vicolo e un ragazzo più robusto che lo teneva inchiodato in una posizione tutt’altro che conveniente per un ragazzo di sedici anni.

«Oh cazzo!», sbottò Hikaru abbottonandosi la camicia della divisa. Il ragazzo che era con lui si sistemò i pantaloni e si allontanò da quest’ultimo.

«Mio dio Hikaru..», Kazu non aveva parole per descrivere il suo stupore.

Hikaru sbucò fuori con il suo solito sorriso. I capelli erano in disordine, così come la sua divisa. Gli andai incontro e gli sistemai la giacca, «Sei sempre il solito», gli dissi.


«Ciao Haru!», squittì come una ragazzina, «Ah! Scusate il ritardo ma avevo appuntamento con il mio ragazzo. Non vi dispiace vero?»

«Certo che si», disse Kazu seccato e Rei gli mollò una gomitata.

«Ma certo che no. Anzi presentacelo no?»

Gli occhi di Hikaru si illuminarono e costrinse il ragazzo a farsi vedere sotto la luce del sole.

Senza pensarci gli porsi la mano con il mio sorriso migliore, «Piacere di conoscerti, io sono Har..», mi morì la voce quando lo fissai in viso. Il ragazzo aveva degli occhi color acqua, viso perfetto da ogni punto di vista, labbra sottili rosate e i suoi capelli erano scuri al punto da brillare sotto la luce del sole, ed erano distribuiti in grosse ciocche semi ondulate che gli cadevano sulle orecchie un pò sulla fronte.

Ricambiò il mio gesto e mi diede la mano, era fredda come il ghiaccio. «Piacere sono Natsume», disse con voce profonda.

Rimasi a fissarlo per un tempo indeterminato senza lasciare la sua mano.

«Ehmm Haru?», mi svegliai a quel punto e guardai la faccia dei presenti, erano tutti leggermente perplessi. Lasciai andare la presa e mi allontanai.

«Allora Natsu, quel ragazzone laggiù è mio fratello Kazu. Quello vicino a lui invece è Rei, lui e Haru sono miei amicizi d’infanzia».

Il ragazzo sfoggiando una dentatura bianca perfetta ci sorrise. «Andiamo?», disse rivolto a Hikaru.

«Ci vediamo a scuola ragazzi», ci disse e li vedemmo andare via.

«Non ci posso credere», sentii dire da Rei, «sta davvero uscendo con un ragazzo. Ma da quando è gay?»

Kazu strinse i pugni, «Mio fratello non è gay!»

«M-ma Kazu! Stava limonando qui dietro pochi secondi fa. Come fai a dire che non è gay?», proseguì Rei cercando di convincerlo della triste realtà, «Almeno si è scelto un bel partner».

Kazu pieno di rabbia lasciò solo Rei e mi raggiunse, «Perché fai l‘amichevole con quel tipo?»

«Eh? Ah! Niente. Sarebbe stato maleducato fare il contrario non ti pare? Se quello è il suo ragazzo non abbiamo nessun diritto di giudicare le sue scelte».

«Se lo dici tu».


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damnit,,, I wish this was in English lol

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