Quasi lanciò il telefono. Quella chiamata era stata inaspettata, fin troppo.
Sua madre l'aveva chiamato alle prime luci dell'alba, avvertendolo che sarebbero tornati a casa. Una parola che lei usava sempre per descrivere quel luogo, ma di cui non aveva mai capito il reale senso. Si alzò di malavoglia quel giorno.
Tornare per lui significava iniziare tutto da capo, per la seconda volta. Lo aveva fatto 14 anni prima, scappando da "casa", e fuggendo in quella grande città a cui lentamente aveva imparato ad abituarsi. Il suono incessante, gli schiamazzi, i luoghi affollati; per lui quella era diventata la sua quotidianità. E ora lo avrebbe dovuto rifare.
L'unica differenza era che al posto di scappare, ora stava tornando. Ricordava poco di quel luogo, nonostante fosse partito ormai già dodicenne. Ricordava il bosco, ma non il suo profumo; ricordava che fosse sempre deserto, ma non il silenzio. Ricordava ci fosse una grande famiglia, ma non i volti dei suoi componenti.
Aggrottando le sopracciglia riordinava la casa lentamente, quasi con angoscia. Doveva abbandonare di nuovo tutto, per ricominciare nel luogo di partenza. L'idea, per quanto gli facesse piacere, non lo allettava per nulla. Era maggiorenne, indipendente, non trovava giusto dover tornare obbligato da sua madre. Forse amava sua madre più di se stesso per poter accettare una situazione simile senza ribattere.
Prese una valigia da dentro il ripostiglio e si mise a controllare dentro l'armadio i vari capi. Doveva prendere tutto, o lasciare lì qualcosa? Non sapeva nemmeno se sarebbe mai tornato seriamente in quel piccolo appartamento. Decise che un paio di cambi per precauzione li avrebbe lasciati in quel luogo, di vendere la casa non se la sentiva molto. L'avrebbe lasciata in custodia a qualche suo amico.
Tornò vicino al letto, prendendo il telefono precedentemente abbandonato con stizza. Scorse la lista dei contatti fino a trovare il nome che cercava. Fece partire la chiamata e attese. Dopo il secondo squillo una voce assonnata rispose.
«Ti sembra l'ora per una chiacchierata?» Quella voce leggermente rauca lo fece sorridere. Erano già le dieci di mattina, come al solito il suo amico aveva fatto serata in qualche locale.
«Mi sembra proprio l'ora giusta. Dormito bene?» Una imprecazione seguita da un tonfo secco gli fecero guardare il telefono per una frazione di secondo stranito, prima di portarlo nuovamente all'orecchio per continuare. «Lascia stare la domanda, devo chiederti un favore.»
«Che razza di amico sei? Svegliarmi a quest'ora per un favore.» Una smorfia seguì quelle parole, e sbuffò spazientito.
«Sono le 10:09, smettila di lamentarti.» Una bestemmia seguì le sue parole con un altro tonfo, questa volta più forte del precedente.«Mi spieghi cosa stai facendo?»
«Scusa, devo andare.» E la chiamata venne chiusa in fretta, lasciandolo con più dubbi che domande, e un favore ancora in sospeso. Aprì la chat col suo amico e gli scrisse di chiamarlo appena possibile.
Si rimise a preparare la valigia, e ben presto la sua mente tornò alla casa. Si sforzava di ricordare qualcosa di utile, anche solo all'apparenza, ma davvero per lui era come un foglio bianco. Fischiettando come suo solito concluse la valigia e la sistemò vicino l'ingresso. Non avrebbe portato altro, infondo non aveva nulla a lui caro in quella casa.
Un miagolare pigro lo distrasse. Seduto sul tavolo della cucina, con la coda abilmente arrotolata a coprire le zampe setose, Biggie lo stava osservando ad occhi spalancati.
«Ehi Biggie.» Il gatto nero, con uno strano orecchio bianco e una macchia sulla zampa posteriore destra, si alzò e mosse la punta della coda,strofinando il musino contro il petto del ragazzo. Ricevuta una carezza dietro l'orecchio, suo punto sensibile, saltò giù dal tavolo e si mise a ispezionare la valigia.
Con un sospiro si sedette su una sedia osservando il gatto studiare la sua valigia verde. Stava per tornare, e non sapeva come comportarsi. Non era più un ragazzo, che nonostante tutto avrebbe potuto socializzare a scuola e farsi degli amici. Aveva già 26 anni, e di quel luogo non ricordava nulla e nessuno.
«Sei pronto a una nuova avventura, amico mio?» Si rivolse a quel gatto fin troppo magro, che abilmente lo stava ignorando. «Ovvio, a te non può interessare di meno finché hai la ciotola piena.» Mormorò, scuotendo la testa e aspettando.
Sua madre aveva già prenotato i biglietti del treno per domani. Si sarebbero fatti 6 ore di treno per tornare a casa, e ovviamente Biggie sarebbe andato con lui, e metterlo nel trasportino sarebbe stata una impresa. Come se avesse percepito i suoi pensieri, il gatto soffiò nella sua direzione e corse a rifugiarsi sotto al letto.
Sarebbe stato un lungo viaggio.

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