Fuori dal finestrino una vasta foresta scorreva incessante. La vista non era mai cambiata dalle ultime due ore di viaggio.
«Siamo quasi a casa.» La voce colma di felicità di sua madre lo obbligò a spostare lo sguardo su di lei. Aveva quei grandi occhi da bambina innocente che brillavano di amore per quel luogo. Lui non provava nulla.
«Non capisco perché ti ostini a chiamarla così. È solo un luogo.» Mormorò a mezza voce. Era certo fosse stata almeno la ventesima volta che pronunciava quelle parole. E come al solito ricevette uno sguardo deluso in cambio. A quanto pareva solo lui si ritrovava a provare leggero astio per quel luogo.
«È dove sono nata, innamorata e sposata. Ed è anche il luogo in cui sei nato tu, i tuoi amici e parenti.» Lo fissò improvvisamente seria, e il suo sguardo assunse una sfumatura più selvaggia. «È il luogo da cui proveniamo.»
A quelle parole non trovò nulla con cui ribattere. Stette in silenzio e tornò a scrutare fuori dal finestrino. Non avevano nulla da dire o da condividere. Sua madre era felicissima di quel ritorno. Lui era solo abbattuto per aver dovuto abbandonare la sua, di casa. Di quei famosi amici e parenti non conosceva nessuno, erano spariti anni fa, e ne era davvero grato. Meno creature come lui lo conoscevano, meglio viveva.
Chiuse gli occhi, rifiutandosi di osservare ancora il paesaggio tutto uguale. Sperava solo di arrivare il prima possibile, poter sistemare le valige e capire cosa avrebbe dovuto farsene della sua vita da quel momento in poi. Sperava anche che il posto fosse almeno vivibile, la gente non ficcanaso. Da un lato sapeva bene che le sue fossero solo speranze vane, mere illusioni che doveva avere per trovare la voglia di reiniziare.
Solo dopo quell'interminabile mezz'ora l'autoparlante annunciò la loro destinazione, ultima di tutta la linea. Sua madre e lui, ormai unici passeggeri -se non si contava Biggie-, presero le loro tre valige e scesero dal treno con qualche difficoltà. Era una stazione piccola, e non c'era nessuno che quel giorno partiva. Teo, abituato come era alla città e alla sua vita, si ritrovò a corto di parole. Erano più nel nulla di ciò che aveva immaginato. La banchina era deserta. Sembravano gli unici che avessero un minimo di vita in quel posto. Teo si osservò intorno circospetto, analizzando ogni dettaglio di quel luogo. Avrebbero potuto puntarli una pistola in fronte, e non lo avrebbe poi trovato così strano.
Poi l'odore lo colpì inaspettato, tanto da fargli storcere il naso e retrocedere per istinto. Sua madre al suo fianco si animò e corse verso l'entrata della stazione, lasciandolo con Biggie e le tre valige. Rimase fermo immobile, disorientato e stranito. La stazione sembrava creata giusto per un binario, tanto è vero che c'ra solo una panchina e nemmeno un cartellone per le partenze e gli arrivi. Nel naso ancora l'odore di bosco bagnato. Il loro odore, quello che lo agitava, scombussolava fino al centro delle viscere. Così famigliare e insieme sconosciuto da fargli salire un leggero mal di testa. Si limitò ad aspettare, facendo ogni tanto una carezza a Biggie tra le grate del trasportino, rilassandosi nel sentire il pelo morbido sui polpastrelli.
Dopo qualche minuto, in cui si stava seriamente preoccupando, sentì dei passi avvicinarsi. Si rialzò subito con fare guardingo, riconoscendo l'odore di sua madre -un misto tra bosco bagnato e lavanda- ma non quello del suo accompagnatore: bosco bagnato, troppo dopobarba e menta. Storse il naso leggermente infastidito: gli odori troppo freschi gli avevano sempre irritato il naso.
Dopo il loro odore la prima cosa che vide fu la chioma biondo cenere di sua madre, poi a pochi passi da lei quella castana di un uomo sui 40 anni. Sicuramente ne aveva molti di più, come sua madre che, nonostante l'aspetto da 30'enne, nascondeva in lei 46 anni già compiuti.
Si fermarono a pochi passi da lui, e sua madre fece le presentazioni. Si chiamava Thomas, Thomas Ghostwood. Si strinsero la mano, e dentro di sé Teo nascose una domanda che avrebbe rivolto più tardi a sua madre. Fu lui a scortarli al loro alloggio. Sua madre e Thomas sembravano conoscersi piuttosto bene, e la cosa lo lasciò vivamente sorpreso: di solito sua madre non dava confidenza a nessuno. Ma infondo il motivo di quel suo comportamento già lo sapeva, mentre e parole che gli erano state detteprimagli giravano in mente, creandogli una piccola stretta alla gola. Quella era davvero casa per sua madre.
Con lui, invece, Thomas parlò poco, un po' perché le sue risposte erano davvero scarse e svogliate, e un po' perché dopo le domande di circostanza non avevano più nulla che potesse interessare all'altro senza sfociare in domande inopportune. Il silenzio era sembrato per entrambi la miglior soluzione.
Lasciato a sua madre il compito di intrattenere l'uomo, tornò a osservare il paesaggio. Era un paesino piccolo, non avrebbe detto più di 1700-2000 abitanti, e alquanto tetro. Non perché avesse su di sé un'aura oscura o inquietante, ma perché la foresta tutto attorno sembrava soffocare quelle piccole casette colorate -nessuna di esse superava i tre piani-, e la nebbia che aleggiava a causa dell'alta umidità dava un senso di spettralità. Che fosse autunno inoltrato non aiutava a migliorare la sua visione di quel posto.
Arrivarono in pochi minuti. L'alloggio si rivelò essere una casa monofamiliare su un piano, dotata tuttavia di mansarda e cantina. Era più di quello che avrebbe potuto sperare. Lanciò uno sguardo a sua madre, alquanto stranito. Si aspettava un appatamento angusto, vista la velocità con cui si erano trasferiti in quel posto, non di certo qualcosa di simile. Thomas lo aiutò a portare le valigie in casa, e la prima cosa che fece fu liberare Biggie dal suo trasportino. Quel povero gatto aveva già subito troppe ingiustizie per quel giorno.
«Vado a controllare se la caldaia è funzionante, così potete già scaldare tutto.» E prendendo il mazzo di chiavi con cui aveva aperto il portone, Thomas si diresse verso la porta della cantina. Era piccolina e bianca. E sopratutto sembrava la tipica porta della cantina presente nei film horror pieni di cliché. Si appuntò mentalmente di lasciarla sempre chiusa a chiave. Si poteva dire che Teo non fosse il tipo di persona che aveva coraggio, nè che fosse bravo a tenere testa ai caratteri forti. Per lui la miglior tattica era sempre stata prevenire e non rischiare.
Provò ad accendere la luce, ma non funzionò. Un'occhiata con sua madre bastò per intendersi, e lei sparì nella cantina per aiutare Thomas e capire dove si trovasse il contatore della corrente. Teo si limitò a girare per la casetta, già ammobiliata in stile moderno con l'essenziale, e a contarne le stanze: una cucina, un salottino, una stanza matrimoniale, una seconda stanza che sarebbe stata la sua, un bagno e la mansarda. Sicuramente avrebbe passato la sua intera vita in quest'ultima: era un posto abbastanza luminoso dovuto a una parete -quella più corta esposta a est- trasformata in una stupenda vetrata che dava sul bosco. Già sapeva che avrebbe passato molto tempo a leggere seduto su quel pavimento. Era da tanto che non aveva abbastanza tempo per poter leggere, magari quel posto lo avrebbe aiutato un po' da quel lato. Durante i suoi pensieri su come trasformare quella mansarda in un piccolo paradiso per lettori, sentì sua madre e Thomas parlare dal piano di sotto. Scese anche lui.
«Teo, Thomas è così gentile da accompagnarmi un attimo a fare una spesa. Ti serve qualcosa?» A quella domanda il suo sguardo corse a cercare Biggie, e sua madre capì. «Dai più amore a quel gatto che a te stesso.» E raccontando qualcosa a Thomas su quanto Teo fosse cambiato dall'arrivo di Biggie, lo lasciarono solo.
Non sapendo cosa fare afferrò la sua valigia e la portò nella stanza che da quel giorno sarebbe stata la sua. Dietro di lui Biggie lo seguiva ispezionando la casa con cinica curiosità felina. Era una stanza di circa tre metri per tre, con una finestra sul lato opposto alla porta. Aveva un letto a due piazze al centro della stanza, un armadio a tre ante -fin troppo per i suoi esigui vestiti- e una piccola scrivania con un paio di mensole sopra di essa. Con lui aveva solo vestiti, un paio di libri e una fotografia di famiglia; quindi quelle mensole sarebbero rimaste vuote per un bel po' di tempo.
Si avvicinò alla finestra, scostando di poco le tende: dietro la casa un piccolo giardino spoglio, lungo meno di tre metri, faceva la sua piccola parte in quella casetta. Avrebbe fatto in modo di decorarlo per la prossima primavera, magari aggiungendo una panchina o dei vasi. Avrebbe dovuto controllare in cantina se si trovasse qualcosa da spostare in giardino. Prima di richiudere le tende sollevò lo sguardo e lo puntò sulla casa visibile difronte alla sua. Era su due piani, e sembrava essere abbastanza grande da ospitare due appartamenti separati. La luce al secondo piano era accesa, e per non sembrare troppo invadente si scostò dalla finestra.
Svogliatamente aprì la valigia e iniziò a disfarla, aggiustando prima di tutto sulla scrivania quei pochi averi che aveva deciso di portarsi. E poi pazientemente appese sulle grucce i vari vestiti che aveva portato con sé, anche se fu costretto a dover tenere piegati una buona metà dei vestiti perché le grucce non erano sufficienti. Svuotò anche l'intimo -l'armadio era dotato nell'anta più a sinistra di cassettoni incorporati- e poi ritirò la valigia sul fondo dell'unica anta rimasta vuota.
Aveva impiegato esattamente venti minuti per fare tutto. Biggie si era docilmente addormentato, e lui, non avendo altro da fare, decise dimettere il telefono sotto carica e portare le due valige di sua madre nella stanza matrimoniale.
Tornò e si coricò sul suo letto, aspettando il ritorno di sua madre, osservando assorto il riverbero della luce della casa difronte alla sua. Adesso si poteva scorgere un'ombra indaffarata dietro i vetri.

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